“SOPIRE, TRONCARE, PADRE MOLTO REVERENDO: TRONCARE, SOPIRE” Sul ’68 e dintorni

Written by Adriano Voltolin. Posted in homepage, Ideologico quotidiano

di Adriano Voltolin

E’ imbarazzante scrivere qualcosa sul ’68. Non tanto perché l’abitudine di trasformare una memoria in un ricordo ed un ricordo in una commemorazione, fa sì che ci si trovi in una notte nella quale tutte le vacche sono nere: il 1848 e le cinque giornate di Milano, la lotta partigiana, le quattro giornate di Napoli, l’impresa dei mille e le guerre d’indipendenza sono, in quest’ottica, tutti fulgidi, e soprattutto intercambiabili, esempi di lotta per la libertà; e quindi Cattaneo, Garibaldi, Mazzini, Duccio Galimberti e Gennarino Capuzzo sono tutti fratelli anelanti la medesima cosa: la libertà senz’altre più precise definizioni che, al più, guasterebbero solamente il clima ecumenico.

Riguardo al ’68, ciò che appare imbarazzante è che, a mezzo secolo di distanza, tutti si scoprano simpatizzanti ed antesignani di chi in quella primavera scendeva in piazza in Italia ed in tanti altri paesi dell’Europa. La minigonna, i capelli lunghi dei ragazzi e la libertà sessuale vengono visti oggi dall’ideologia corrente come il simbolo di quella stagione ed insieme la sua verità più intima: meglio soprassedere sul fatto che, all’epoca, le ragazze con le gonne più corte erano additate, più o meno, come puttane, i ragazzi con i capelli lunghi come eversori della morale corrente tanto da meritarsi epiteti congrui, capelloni, e la libertà sessuale come un comportamento animalesco. Ciò che appare più importante sottolineare è che cinquanta anni dopo il ’68, molte sentenze su casi di violenza sessuale dicono che le donne vestite magari in modo succinto vanno a provocare la “naturale” voglia sessuale dei maschi; circa la foggia dei capelli e i comportamenti sessuali dei giovani, appare oggi  maggioritaria l’idea che ognuno fa ciò che vuole e che in questo consista la libertà, confondendo l’interscambiabilità delle merci in quanto tali con la libertà: il successo vero è nell’idea di Von Mises, il caposcuola della scuola economica viennese del neoliberismo in economia, che il mondo non sia composto da cittadini, bensì da consumatori.

Un episodio avvenuto in questi giorni di marzo del 2018 mi pare dare la misura di quanto l’incomprensione di ciò che il ’68 (come altri periodi salienti della storia di questo paese) abbia rappresentato, rimanga dominante e additi, ma solo a chi lo voglia vedere, quanto lo sforzo, tipicamente italiano, di assorbire tutto alfine di togliere vitalità ad ogni moto che si presenti come  increspatura, magari tenue, di un ordine immutabile, risulti sempre il tratto fondamentale della cultura politica nazionale. Tomasi di Lampedusa aveva riassunto tutto ciò nella celebre frase del principe di Salina, il gattopardo, per il quale, affinché nulla cambiasse era necessario che tutto quanto, in superficie, divenisse diverso da prima. Impotenza di politico, che gira le difficoltà, le dissimula, le maschera invece di affrontarle. E’ la piccola politica farisaica che lascia le cose al punto di prima, corrompendole e lasciandole imputridire: così commentava Luigi Russo il celebre motto del Conte zio nei Promessi Sposi che qui abbiamo messo per titolo.

Riporta il Corriere della Sera del 18 marzo che Barbara Balzerani, brigatista rossa mai dichiaratasi pentita e oggi tra i più interessanti ed acuti scrittori italiani, dopo la presentazione di un suo libro avvenuta a Firenze la sera del 16 marzo, interrogata dai giornalisti, avrebbe detto che “la figura della vittima è diventata un mestiere” e che “questa figura stramba ha il monopolio della parola”. Barbara Balzerani, se quelle riportate sono le sue parole, ha certamente sbagliato nel non distinguere tra le vittime e chi ha speculato sulla tragedia per ottenere vantaggi personali, ma va anche ricordato che in questo paese spesso è avvenuto che vi fosse una fuga nell’immacolatezza a posteriori. E’ difficile non ricordare le invettive che ebbero a bersaglio Leonardo Sciascia quando definì certuni “professionisti dell’antimafia” riferendosi ad un nicodemismo da sempre diffuso in Italia.

Nella vicenda specifica, il Corriere si mantiene su una linea di sottile condanna in quanto non commenta, ma riporta solo le frasi della Balzerani, lasciando che il loro impatto sia il più devastante possibile su una pubblica opinione che ha imparato a commemorare le vittime comunque senza mai chiedersi, vedi il caso di Marco Biagi, perché in taluni casi non erano state protette a sufficienza dallo Stato e in tal’altri, come nel caso di Moro, perché il suo partito lo abbandonò (la moglie non volle esponenti democristiani e del potere pubblico ai funerali) e che cosa significasse la famosa “linea della fermezza”. I telegiornali invece si sono subito precipitati a sollecitare lo sdegno dei parenti delle vittime e in certe stazioni radio si è scesi al turpiloquio, all’invettiva e all’insulto vero e proprio.

Quello su cui vorremmo dirigere l’attenzione non è tanto il fatto che prendersela con la Balzerani vuol dire attaccare una donna che ha scontato per intero la pena che le è stata data, che ha portato riflessioni acutissime nei suoi libri sugli errori delle Brigate Rosse, ma anche di critica feroce ad uno Stato che preferì abbandonare Moro non pronunciando delle parole, come lei scrive, che forse avrebbero cambiato e di molto tutta quella tragica vicenda. Quello che si vuole evidenziare è che dopo mezzo secolo dal ’68, la riflessione in Italia su quel periodo, che la Balzerani visse per intero da giovane studentessa nata nel 1949, e su quel che ne conseguì, continua ad essere inesistente e la più crassa ignoranza anche riguardo a fatti e periodizzazioni per non parlare, ovviamente, della riflessione su quanto se ne scrisse allora e negli anni successivi, ha assunto un valore quasi etico: “non so niente e me ne vanto” potrebbe essere il motto non solo dei tempi presenti, ma che percorre la storia italiana in un continuismo dell’ideologia delle sue classi dirigenti pressoché assoluto, come nota Aldo Giannuli[1], e sempre costituito dal pregiudizio, in senso letterale, che ogni problema posto dai cittadini a livello di opinione sia sostanzialmente pericoloso, che ogni moto di protesta sia un “tafferuglio” di qualche sconsiderato e che le forme di opposizione, come gli scioperi e le manifestazioni di piazza, siano un pericolo per “l’ordine pubblico”. Che i cittadini protestino perché aumenta il cibo di massa, il pane (i moti di Milano del 1898), che reclamino condizioni di lavoro meno disumane e salari almeno sufficienti al sostentamento, come durante gli scioperi agricoli del 1908, che protestino perché l’Università appare ideologicamente impostata solo per i figli delle classi dirigenti, come nel 1968 o che manifestino contro la politica militarista e antidemocratica delle classi dirigenti dei paesi ricchi del mondo, come a Genova nel 2001, ciò che appare sempre come il tratto distintivo della lettura che si da del fenomeno è che vi sia una violenza di chi protesta ed una giustificata risposta di tipo militare da parte dello Stato identificato come il braccio armato di chi non vuole avere pensieri e problemi.

La logica che guida costantemente il pensiero (??) dominante non prevede in alcun modo l’ascolto. Non solo la Balzerani, con la sua storia di brigatista, ci dice nei suoi libri, che questa società corre verso la propria implosione e che le mille manifestazioni di rabbia, di impotenza e di incertezza che fioriscono nel mondo intero non sono che l’effetto di quello: lo ha detto un eminente sociologo come Baumann, lo sostengono gli economisti non solo marxisti, ma anche di scuola keynesiana come Giorgio Lunghini, lo dice papa Francesco praticamente tutte le settimane. Il ’68 è stato un grande movimento di massa che ha posto in rilievo, quando lo sviluppo postbellico ed il patto sociale stretto alla fine della seconda guerra mondiale tra il capitale ed il movimento operaio stava esaurendo la sua fase propulsiva, che quel tipo di sviluppo avrebbe portato alla marginalizzazione di intere aree del mondo ed al dominio di due superpotenze[2] della quali una, l’URSS, era destinata a collassare nel giro di venti anni schiantata nella tenaglia tra l’incapacità di porsi come elemento di coagulo di quel che si stava sviluppando da un lato, e l’esigenza di tenere il passo degli armamenti nucleari e stellari per contendere l’egemonia del terrore agli USA dall’altra, mentre la seconda, gli Stati Uniti, si avviava ad una politica di finanziarizzazione dell’economia – lo sganciamento del dollaro dall’oro avviene nell’agosto del 1971 – e ad un dominio basato sul disavanzo e sulla potenza militare[3]. Il movimento del ’68 riuscì, sia pure per una breve stagione, a coniugare la riflessione e la protesta operaia che si affacciava fuori dal perimetro del sindacato e del partito comunista, ad una nuova generazione di giovani che si avvivavano agli studi superiori, ma che non avevano più la stessa provenienza di classe delle generazioni che li avevano preceduti[4]. Fu, il ’68, la manifestazione della richiesta di una libertà di poter parlare dicendo una parola che richiedeva di essere ascoltata, un free speech movement, come si chiamò il movimento di protesta che si formò nel 1964 a Berkeley, in California[5], ed anche uno sconvolgimento del perbenismo educativo e sessuale che aveva improntato un dopoguerra nel quale il peso dell’ideologia cattolica, contadinesca e sessuofobica, era stato soverchiante.

Una parola ascoltata. La psicoanalisi ha insegnato a tutti che la parola ha sempre qualcuno a cui è diretta, qualcuno, come hanno sottolineato Melanie Klein e Wilfred Bion, che ha il compito di raccoglierla, magari frammentata ed urlata come accade per gli infanti, e di renderla elemento di riflessione, capace di delineare un problema e la possibilità di affrontarlo. Noi diciamo che una madre che non sia in grado di ascoltare la parola del proprio bambino e di lavorare con lui per affrontare quel che a loro si pone innanzi, è una madre priva di reverie e potenzialmente psicogena. Madri atone le ritroviamo spesso nella storia di pazienti autistici. Chi governa si assume il compito di ascoltare ciò che viene dai cittadini, di pensarlo a sua volta, di discuterlo con loro, con le loro associazioni, i loro partiti, i sindacati e così via per trovare un punto di equilibrio, almeno, tra ciò che è giusto e ciò che è possibile. Freud aveva avvertito che governare, educare e psicoanalizzare, erano compiti simili ed “impossibili” da realizzare in una loro completezza, ma primari per lo sviluppo di una persona in grado di convivere civilmente con il prossimo.

Perché allora noi che giudichiamo psicopatogena una madre che non è in grado di avere una capacità di contenimento, non conserviamo lo stesso giudizio per dirigenti e gruppi politici che hanno mostrato di non avere alcuna capacità di ascolto e nemmeno la voglia di intervenire per governare?  Hanna Segal si chiedeva perché due personaggi come Tony Blair e George Bush, che avevano scatenato una guerra giustificandola con una menzogna (secondo la quale sarebbero state trovate armi atomiche nell’Iraq di Saddam Hussein) potessero essere stati rieletti, e quindi premiati, nonostante la loro incapacità criminale. La risposta sta in ciò che Freud aveva anticipato scrivendo della psicologia delle masse: il singolo membro di una massa assume il Super Io che il proprio capo/oggetto d’amore gli propone come proprio per condividerlo con tutti gli altri membri del gruppo.

Il 20 marzo il Corriere della Sera, ancora a proposito del fatto riguardante Barbara Balzerani, pubblica la notizia che il consiglio comunale di Firenze ha “approvato una risoluzione per chiedere lo sgombero del Centro Popolare Autogestito Firenze Sud, che occupa un edificio comunale, per aver ospitato l’ex BR senza presa di distanza dalle sue parole”. Ciò che sta sempre a cuore alla classe dirigente italiana, ed anche assai spesso agli intellettuali, è il non essere in alcun modo sospettati di essere saliti sul carro dei perdenti. La riflessione sul passato, sulla propria storia, anche quella più vicina, è pratica da aborrire se non incanalata in una visibile mainstream. Sul ’68 e sulla propria storia nel novecento la Germania ha visto la riflessione di Heinrich Böll, Günter Grass, Uwe Timm e di registi come Margarethe Von Trotta e Ulrich Edel. L’Italia, la mostra cinematografica di Venezia per meglio dire, ha dato un Leone d’Oro alla von Trotta per il film Anni di piombo, gli intellettuali italiani si erano divisi, quando Grass rivelò di essersi arruolato, giovanissimo, nelle Waffen SS, tra l’ammirazione (si può non ammirare un premio Nobel per la letteratura? passi lo sdegno per lo stesso premio dato ad un comunista non pentito come Dario Fo) per il coraggio di dire la verità – la nostra intellettualità non è mai ammirata dalla riflessione, ma solo dal pentimento che non appare mai come il frutto di una riflessione amara su se stessi e sulla propria vita, ma sempre come una fulminazione modellata sul circuito peccato-confessione-assoluzione-peccato del ritualismo cattolico – e l’imbarazzo procurato dalla rivelazione, che Grass faceva sempre nella medesima intervista, che in quell’occasione fece la conoscenza di un giovane camerata il cui nome  era Joseph Ratzinger, il futuro papa Benedetto XVI. Che si dice di un papa che in gioventù era stato un SS?

La storia ci dice che Domenico Tiburzi, brigante maremmano, quando venne ucciso, nel 1896, dai soldati che gli davano la caccia da ventiquattro anni, non avrebbe dovuto essere sepolto nel cimitero perché questo è terra consacrata, ma, viste le proteste degli abitanti per i quali Tiburzi era, come tanti briganti leggendari, un giustiziere schierato con il popolo, si decise di seppellirlo con il corpo per metà dentro il cimitero e per metà fuori[6]. Il Genio Italico talvolta si manifesta superando se stesso!

[1] Giannuli Aldo Storia del potere in Italia inedito

[2] Si pensi alla riflessione proposta in quegli anni dalla  rivista Monthly Review diretta dall’economista Paul Sweezy

[3] Basosi Duccio Il governo del dollaro. Interdipendenza economica e potere statunitense negli anni di Richard Nixon              (1969-1973) Polistampa, Firenze 2006

[4] Il lavoro di don Lorenzo Milani ed il celebre libro prodotto dalla scuola di Barbiana, Lettera ad una professoressa, ebbero un impatto straordinario non solo sul movimento degli studenti del 1968, ma anche sulla pedagogia italiana.

[5] Draper Hal La rivolta di Berkeley Einaudi, Torino 1968

[6] Cavoli Alfio I briganti dell’ottocento nella Maremma e nella Tuscia, Aldo Sara Editore, Roma 2001

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Adriano Voltolin

Adriano Voltolin

Adriano Voltolin, psicoterapeuta, psicoanalista, è Presidente della Società di Psicoanalisi Critica, Direttore scientifico dell’Istituto di Psicoterapia Psicoanalitica di Sesto San Giovanni (Milano) e Direttore della Rivista “Costruzioni psicoanalitiche”. E’ docente presso il Corso di Teoria Critica della Società presso l’Università di Milano-Bicocca. E’ autore di numerose pubblicazioni sulla teoria e la clinica psicoanalitica.
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