Potere e riconoscimento in Gramsci

Written by Franco Romanò. Posted in Strumenti

di Franco Romano´

in occasione del seminario del 28 gennaio 2012

Il riconoscimento in psicoanalisi, filosofia e politica

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Premessa

Ho scelto questo titolo perché individuare come viva trasversalmente negli scritti di Gramsci il concetto di riconoscimento (qualunque sia l’estensione che vogliamo dare al termine), balza in primo piano la questione del potere, dei suoi modi di operare e anche di rappresentarsi. Che cosa è per Gramsci il potere? Egli è stato fra i leader comunisti che più se ne sono occupati, in senso esteso e profondo, tanto che la sua ricerca arriva a toccare questioni sociali e antropologiche.
Il tema del potere occupò molte delle riflessioni del movimento comunista e operaio alle origini: peraltro, tale tematica fu presente nella ricerca di molti altri filosofi del diritto, pensatori e pensatrici appartenenti a culture politiche lontane dalla sinistra: penso a Karl Schmidt, Ernest Junger e Annah Arendt.
Una ripresa forte del tema ci fu alla fine degli anni ’60 e sull’abbrivio della denuncia dell’autoritarismo, fiorirono una serie di riflessioni e di elaborazioni assai interessanti, molte delle quale magmatiche e che hanno tenuto banco fino a tutti gli anni ’80: è in questo contesto che si colloca anche la riscoperta di Gramsci.

La caratteristica comune a queste nuove esplorazioni era una considerazione del potere che travalicava il solo aspetto politico. Cinque mi sembrano, in quegli anni, le correnti di pensiero che hanno fortemente influenzato le ricerche, spesso contaminandosi reciprocamente: le correnti più vive ed eterodosse del marxismo, tutto l’universo della bio politica, inaugurata proprio da Annah Arendt e ripreso con finalità molto diverse da Foucault e Marcuse, la psicanalisi nelle sue valenze più sociali, l’antropologia strutturale e la scuola francese delle Annales.

In particolare, la ricerca di Braudel sulla lunga durata apriva scenari nuovi, come pure Levi-Strauss. A questa prima ondata ne è seguita una seconda con la scoperta, in Italia almeno, del Canetti di Massa e potere, opera fondamentale del tardo novecento, nata da una lunghissima e sofferta elaborazione sul campo iniziata addirittura negli anni ’20; infine, ma solo temporalmente, i movimenti femministi che, individuando nel patriarcato (prescindo dalle differenze notevoli esistenti fra i diversi femminismi in questo contesto), una struttura di lunga durata che travalica i diversi modi di produzione e rapporti sociali, ampliava ancor più il concetto di potere e lo legava saldamente a questioni che hanno a che fare con gli usi, i costumi, le tradizioni, problematizzando la stessa concezione della lotta di classe e il suo primato.

Il paradosso è che a questo quadro generale di ricca riflessione viene progressivamente a mancare quella specifica dei comunisti, passati nell’arco di un secolo dal culto del potere e della sua presa come fattore determinante di ogni altra trasformazione sociale possibile, fino ad arrivare a giustificare ben oltre il tempo della sospensione necessaria della legalità che ogni rivoluzione implica, le aberrazioni dei sistemi del socialismo reale, a una sorta di ottusità legalitaria e di esaltazione astratta della democrazia formale di stampo liberale.

Alcune prime conclusioni provvisorie da cui ripartire: dovendo pensare a un intervento centrato su Gramsci ma tenendo conto del contesto ben diverso che le riflessioni di un secolo hanno generato sulla questione del potere, mi sono chiesto se il suo pensiero sia ancora attuale e la risposta che mi sono dato è positiva.

EGEMONIA E POTERE

Per Gramsci i due termini sono inscindibili ma è il primo a essere di gran lunga il più importante e l’egemonia implica il riconoscimento delle ragioni dell’altro, anche quando l’altro è nemico (per esempio nel momento più strettamente rivoluzionario.) In altre parole, anche quando sia stata risolta per via rivoluzionaria e dunque con l’uso della forza, la questione del potere politico in senso stretto, le altre classi o ceti rovesciati continuano a esistere e a operare e se ci mettiamo la riflessione di un secolo intero, insieme a esse operano le tradizioni, le consuetudini, le strutture della lunga durata: il fattore strategico sta nella capacità di sapere esercitare l’egemonia e cioè ridurre progressivamente la forza.
Gramsci non lo poteva dire allora, ma noi siamo autorizzati a dirlo alla luce dell’esperienza storica, che il ciclo storico e parabola del socialismo reale, lo si può leggere anche come un processo rivoluzionario che non è stato in grado di passare dalla forza all’egemonia, cioè di elaborare la transizione e sappiamo benissimo come non esista per niente o quasi una teoria della transizione in Marx. Naturalmente se vediamo la medesima parabola come il primo momento di una rottura storica che per Gramsci (e qui la sua differenza con Lenin è nettissima), avrebbe richiesto per compiersi un arco di tempo di 4-500 anni, ecco che la prospettiva può cambiare. La considerazione di Gramsci, peraltro, ridimensiona drasticamente la questione del potere politico in senso stretto.

Si puo´ dire che per Gramsci le societa´ sono organismi nei quali l´egemonia corrisponde sia al principio di autorevolezza (prevalente), sia a quello di autorita´: venendo meno il primo anche il secondo decade, come egli indica nella nota 34 del terzo quaderno riflettendo proprio sulla crisi della societa´ intaliana alla conclusione della Prima Guerra Mondiale.

Gramsci vicino a Braudel ante litteram dunque e persino attento alle consuetudini e alle tradizioni di cui per esempio si nutre il patriarcato? Se non si prende alla lettera tale affermazione a me sembra di sì in entrambi i casi; si pensi all´attenzione costante che il pensatore sardo dedica alle questioni del folklore e della cultura delle classi subalterne, ma anche alla sua osservazione intorno al problema del maschilismo (paragrafo 18 del terzo quaderno), nella quale si pone il problema se esso possa o meno essere paragonato al dominio di classe. La sua risposta, pur negandolo ma non drasticamente, appare interlocutoria
Alcune correnti marxiste negli anni ’70, per esempio il gruppo Gramsci fondato da Romano Madera e da Francesca Passerini, lavorarono su queste affinità e gli stessi studi di Giovanni Arrighi attingono ampiamente sia dalla scuola delle Annales sia da Gramsci più che non da altri pensatori o dirigenti del movimento operaio.

STRUTTURA, SOPRASTRUTTURA E BLOCCO STORICO

Gramsci, nella nota 38 del quarto quaderno, una nota lunghissima e fortemente meditata, esordisce affermando che la questione del rapporto fra struttura e sovrastruttura è il problema cruciale del materialismo storico e afferma subito dopo che quando si parla di struttura occorre distinguere ciò che è permanente da ciò che è occasionale; solo così si possono capire le dinamiche profonde che muovono i gruppi sociali, ma anche l’agire delle personalità politiche. Dopo tale affermazione, sempre nella medesima nota, egli fa tutta una serie di esempi che mettono in evidenza proprio gli errori di superficialità nel non saper distinguere il permanente dall’occasionale e conclude con un esempio riguardante la Rivoluzione Francese, osservando come il suo scoppio avvenne in un periodo di relativo benessere economico e non di impoverimento assoluto; se mai di impoverimento relativo per alcuni ceti, nevralgici, però, nel giocare un ruolo rivoluzionario. Questo è già un primo dito puntato sulla superficialità, cui ne seguiranno altri ben più decisivi; ma già a questo punto si affacciano sia il concetto di egemonia sia quello di riconoscimento.

Dopo una serie di altri esempi che lo preparano (dalla critica dell’intransigenza a quello del rifiuto a priori delle elezioni e altro ancora), Gramsci fa un vero e proprio affondo critico rivolto al marxismo del suo tempo, affondo che sara´ reiterato quando critichera´ il Saggio popolare e cioe´ il compendio delle nozioni principali su cui si fonda la teoria di Marx, preparata in Unione Sovietica al fine di educare la masse popolari ai principi della nuova societa´. :

“… Degenerato in economismo storico, il materialismo storico perde gran parte della sua espansività culturale fra le persone intelligenti, per quanta ne acquista fra gli intellettuali pigri … Avendo dimenticato che la tesi di Marx – che gli uomini acquistano coscienza dei conflitti fondamentali nel terreno delle ideologie – ha un valore organico, è una tesi gnoseologica e

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non psicologica o morale, si è creata la forma mentis di considerare la politica e quindi tutta la

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storia come un marchè de dupes, un gioco di illusionisti… “(pag.463 dei Quaderni a cura di Valentino Gerratana).

Il bersaglio immediato della polemica sono le semplificazioni positiviste interne al movimento operaio ma la connessione diretta che Gramsci stabilisce fra la tesi di Marx che egli precisa di essere di carattere gnoseologico e la politica è la spia di un ragionamento assai più complesso e raffinato. La politica e´ in senso letterale una sovrastruttura, ma questo non ne fa un gioco di illusionisti o di demagoghi, ma uno dei terreni sul quale le grandi masse prendono coscienza non semplicemente dei loro interessi materiali, ma della loro collocazione nella societa´.

Tutto quanto abbiamo visto fino ad ora, tuttavia, è un lungo prologo all’affacciarsi di due altri concetti fondamentali del pensiero gramsciano: quello di blocco sociale e di blocco storico. Quest’ultimo Gramsci lo mutua da Sorel, ma poi la sua riflessione prenderà strade molto diverse.

BLOCCO SOCIALE, BLOCCO STORICO, LUNGA DURATA

Gramsci, nell’insieme dei Quaderni, alterna i due concetti e vi è tutta una fase nei suoi scritti in cui essi sembrano indicare lo stesso oggetto. Alla fine, però, la separazione fra è netta, anche se fra le due definizioni vi è una correlazione necessaria. Il blocco sociale è un’aggregazione relativamente stabile che può diventare alleanza politica in grado di contrastare o addirittura rovesciare un potere avverso: possiamo dire, per esempio, che l’alleanza fra gli operai delle grandi fabbriche e la massa dei contadini poveri, costituì nel 1917 il blocco sociale che permise ai Bolscevichi di conquistare il potere in Russia. Per fare di un’alleanza fra classi diverse un blocco storico, occorrono tutta una serie di trasformazioni profonde nel tessuto della società civile e tali cambiamenti hanno a che fare con il problema dell’egemonia, dell’articolazione del potere, delle trasformazioni culturali. Diventa preziosa, in questo contesto, tutta la riflessione gramsciana sulla rivoluzione intellettuale morale, che egli pensò per l’Italia, ma che alla luce di quella che è stata l’esperienza dei paesi socialisti, assume un carattere molto più universale. Alla fine e in ultima analisi, nel blocco storico, quella che viene meno è proprio la distinzione formale di struttura e sovrastruttura, che per Gramsci è utile analiticamente, ma non da un punto di vista gnoseologico. Essa non ha un carattere veramente conoscitivo perché quando un blocco storico è in grado di plasmare una società articolata la distinzione fra ciò che è struttura e ciò che è sovrastruttura si confonde e diviene inestricabile. Lasciamo per un momento Gramsci e andiamo a Braudel e ai movimenti femministi.

Nella metodologia di Braudel è fondamentale la distinzione fra tempo e durata. Il primo termine è per lui un concetto astratto mentre la durata (breve, media e lunga) definisce al proprio interno quelli che lo storico chiama eventi, congiunture e strutture. Gli eventi descrivono la vita politica, le congiunture la sfera economica, le strutture la sfera della vita materiale e cioè della riproduzione della vita stessa e non solo del modo di produzione. Partendo da tale ripartizione, egli critica un famoso slogan di Keynes (“Nel lungo periodo saremo tutti morti”), proprio perché l’economista inglese confonde, secondo lui, il tempo con la durata: il primo scorre in modo lineare, mentre la seconda è immersa nel presente che viviamo, dura da tempo ma è qui e ora. Il superamento o il cambiamento delle strutture della lunga durata, implica prima di tutto che esse vengano conosciute, o meglio riconosciute, nel presente. Detto con le parole di Braudel: Noi siamo immersi nella lunga durata.

Lo storico francese articolò la sua ricerca in tre punti: modello, struttura e durata. Il modello consiste nel tentativo di interpretare la realtà. La struttura è la realtà durevole che permane al di sotto degli avvenimenti politici e la lunga durata una struttura sociale che resiste con forza alle sollecitazioni. Per Braudel l’analisi o se si vuole il modello di Marx, si colloca al secondo livello e cioè quello delle congiunture (strutture economiche e rapporti sociali di produzione), ma non può scalfire la struttura sociale che resiste fortemente alle sollecitazione in modo permanente. La visione di Braudel andrebbe a mio avviso parzialmente corretta anche da un punto di vista dell’esperienza storica, nel senso che le grandi rivoluzioni hanno inciso anche sulle strutture antropologiche della lunga durata, ma non in modo permanente: per consolidare certe metamorfosi occorrono processi più complessi che vengono superati di slancio nel momento più esplosivo di una rivoluzione, ma poi sono soggetti a effetti di rinculo e contro reazione molto forti. Due esempi a mio avviso assai significativi: il diritto di famiglia e la concezione stessa della famiglia nel primo decennio della Rivoluzione d’Ottobre, fino alla reazione staliniana del 1927. Secondo esempio ancor più significativo: pochi ricordano che la psicanalisi ebbe uno sviluppo impetuoso e geniale nei primi anni della Rivoluzione e che l’asilo di Sabine Spielrein, per esempio, fu uno dei più avanzati nella cura dell’autismo. Anch’esso fu chiuso per decreto nel 1927, quando ormai la psicanalisi era bollata nel suo complesso come scienza borghese.

La filosofia della storia di Braudel lo distanzia anni luce da Marx e anche da Gramsci: è quella di un greco antico in mezzo a noi e non solo perché il suo modello storiografico risale a Erodoto. Specialmente in certe interviste sembra davvero che l’umanità per lui sia sotto il peso di Ananke, del destino che per Braudel è la storia stessa. Egli infatti rovesciò il famoso slogan di Marx “sono gli uomini a fare la storia” nel suo contrario: “è la storia a fare gli uomini.” La sua è una filosofia che chi si batte per il cambiamento sociale non può sposare con tale radicalità; tuttavia, se prendiamo le distanze da essa e salviamo il nucleo centrale del suo ragionamento, esso conserva tutta la sua fecondità e anzi, offre indicazioni assai preziose per evitare proprie certe scorciatoie. Quando Braudel mette a fuoco le strutture della lunga durata, le permanenze di lungo periodo distinguendole dagli eventi e dalle congiunture, Gramsci è così lontano? E quando i movimenti femministi mettono il dito su ciò che è socialmente occulto allo sguardo superficiale, per esempio il lavoro di cura, per esempio tutta la sfera che si colloca in una zona intermedia fra produzione e riproduzione, non monetizzabile, ma indispensabile alla riproduzione della vita, sono così lontani? Naturalmente le differenze che esistono fra questi diversi approcci sono altrettanto importanti delle convergenze oggettive, ma esse puntano lo sguardo sullo stesso oggetto di ricerca e cioè che il passaggio da un rapporto sociale a un altro che è cosa ben diversa e ben più complessa del cambiamento del modo di produzione in senso stretto. Il blocco storico gramsciano è qualcosa che implica pure la trasformazione di quelle strutture che Braudel definirebbe di lunga durata e lo steso si può dire del patriarcato, che non consiste solo in un rapporto sociale di produzione, ma che ha a che fare con strutture arcaiche di comportamento che sono tuttavia vive ed operanti qui e ora. Il riconoscimento di tali strutture nel presente, decide alla lunga del fallimento o della riuscita di una trasformazione rivoluzionaria.

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Franco Romanò

Franco Romanò

Scrittore, critico letterario e poeta, è vicepresidente della Società di Psicoanalisi Critica. Ha pubblicato romanzi, poesie e saggi critici su varie riviste specializzate. Attualmente è condirettore della rivista “Il cavallo di Cavalcanti”.
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