PIETRO INGRAO E LA NOSTRA GENERAZIONE

Written by Franco Romanò. Posted in Articoli

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Pietro Ingrao è stata una presenza al tempo stesso lontana e nell’ombra ma che mi ha in qualche modo accompagnato da sempre, in modo asimmetrico e quasi mai a tempo. Oggi mi riscopro a pensare che anche il suo rapporto con la poltica, pur intensissimo, è stato quello di un equilibrista, anche quando sembrava essere al centro, pure con qualche potere non da pco, come quando diresse l’Unità oppure fu eletto Presidente della Camera. Anche in momenti come quelli e per di più nel mezzo di tragedie come quella del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, Ingrao era sempre un altrove, non si risolveva mai completamente nel ruolo e nemmeno nella passione politica strettamente intesa. Per questa ragione, credo, le sue battaglie erano sempre un po’ sospese per aria o in una via di mezzo che era al tempo medesimo pre e post politica. Definirlo perciò uno sconfitto, come si è detto più volte a ridosso della sua morte, mi sembra fuori luogo. Si è sconfitti quando si perde una battaglia che si è fatta fino in fondo, ma Ingrao per certi aspetti era uno sconfitto a priori. Egli conosceva a fondo i limiti della politica, sia nel senso stretto del termine e cioè dei vincoli che, da Yalta in poi, tenevano l’Italia in pugno e limitavano l’azione di un partito che si definiva ancora rivoluzionario senza poterlo più essere e non volendolo neppure del tutto; sia, più in  generale, dei limiti della politica tout court.

Ci sono due momenti della sua avventura di militante che continuava a definirsi comunista anche dopo la caduta del muro di Berlino, che mi sembra utile ricordare ora che sono passati i giorni della retorica: al primo accenna Lucio Magri. Il secondo, che va retrodatato al 1978, ma che mi sembra appartenere lo stesso a un tempo successivo a quello della fine del socialismo reale novecentesco, è stato riproposto in questi giorni da Lea Melandri: l’intervista reciproca di Ingrao e Rossanda contenuta in: Rossana Rossanda, “Le altre”, Feltrinelli 1989. Sottotitolo: “Conversazioni sulle parole della politica” .

Lucio Magri, nell’introduzione scritta da lui stesso al libro Il sarto di Ulm, una possibile storia del Pci, Il Saggiatore, Milano 2009, cita un aneddoto accaduto durante i giorni concitati che precedettero il congresso della Bolognina, quello in cui Occhetto propose di cambiare il nome al partito, trovando in Ingrao un convinto e fermo oppositore. Alla domanda di un congressista che avanzava dubbi sulla possibilità di mantenere il nome comunista per un grande partito di massa democratico, Ingrao non rispondeva direttamente ma con un apologo di Bertold Brecht. Il personaggio in questione è un  artigiano, un sarto appunto, che si era messo in testa di poter volare. Quando ritenne di avere trovato il modo si presentò al vescovo dicendogli: ”Posso volare.” Il prelato lo invitò a dimostrarglelo e l’uomo si gettò dall’alto del palazzo vescovile morendo sul selciato: Brecht concludeva l’apologo affermando che, tuttavia, alcuni secoli dopo, gli uomini avrebbero effettivamente imparato a volare.

Il comunismo era per Ingrao l’aspirazione irriducibile dell’umanità di uscire fuori dai vincoli della necessità, del privilegio e della sopraffazione: un modo dunque  di  imparare a volare da uomini e donne libere. La sua era infondo una traduzione poetica del famoso slogan leniniano: “dare l’assalto al cielo”, traduzione che ha il pregio di essere più umana e che si ricollega infondo con l’antropologia di Marx e con la lunga durata di Gramsci, sebbene il termine sia di Braudel. Un’idea della presenza irriducibile dell’utopia nella storia, ma anche la convinzione profonda che la contingenza storica (anche quella che portò alla fine del socialismo novecentesco), non è mai l’ultima parola. Rimanere all’altezza di questa presenza irriducibile dell’utopia, significa perciò, non smettere di credere che si possa imparare a volare, ma rinunciando, però, a rinchiudersi nelle certezze che avevano alimentato decenni di pratiche politiche, avendo la curiosità del nuovo vero e non delle novità d’annata.

L’intervista reciproca del 1978 è allora un documento assai illuminante al proposito. Al centro della questione ci sta la sfida femminista.

Rossanda intrattenne negli anni ’70 un dialogo costante con i movimenti femministi, pur mantenendo un atteggiamento che si potrebbe definire vicino all’agnosticismo. A un certo punto dell’intervista Rossanda chiede a Ingrao cosa ne pensi della sfida femminista e perchè sia così difficile contemplare le istanze poste dal movimento proprie dentro un’agenda politica nuova. Ingrao così risponde:

È che affrontare le questioni dell’emancipazione femminile comporta affrontare punti di fondo dell’organizzazione della società in generale. Ti faccio un esempio: se vuoi affrontare davvero il rapporto donna/uomo, devi investire caratteri e dimensioni dello sviluppo, occupazione, qualità e organizzazione del lavoro, fino allo stesso senso del lavoro. Contemporaneamente – ecco dove la dimensione diventa diversa – vai a incidere sulle forme di riproduzione della società, sul modo di concepire la sessualità, i rapporti di coppia, i rapporti tra padri e figli, l’educazione, il rapporto tra passato e presente, forme e natura dell’assistenza, eccetera. Cioè una concezione storica, secolare del privato, tutta una concezione delle stato, tutto il rapporto tra stato e privato (…)

Come scrive Lea Melandri nella breve nota che accompagna la riproposizione dell’intervista, ciò che colpisce in questa dichiarazione è la radicalità (maggiore di quanto non esprima la Rossanda in altri passaggi), ma anche, aggiungerei, la velocità di pensiero che lo porta in poche e chiare parole a centrare il cuore del problema, senza girargli intorno o usare formule di circostanza. Emerge da questa citazione, la cifra del modo di Ingrao di stare nelle contraddizioni del suo tempo: saper cogliere il nuovo che poteva produrre pensiero e azione, suscettibile quindi di tenere aperta la porta dell’utopia e rilanciarla in un progetto più ampio. In questo è stato profetico perchè qualsiasi agenda odierna di trasformazione della nostra società con quella radicalità deve e dovrà fare i conti.

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Franco Romanò

Franco Romanò

Scrittore, critico letterario e poeta, è vicepresidente della Società di Psicoanalisi Critica. Ha pubblicato romanzi, poesie e saggi critici su varie riviste specializzate. Attualmente è condirettore della rivista “Il cavallo di Cavalcanti”.
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