Note a margine di una rappresentazione a Milano di “Death of a salesman” di Arthur Miller

Written by Adriano Voltolin. Posted in Articoli, homepage

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La bellissima regia di Elio De Capitani del dramma Morte di un commesso viaggiatore (Death of a salesman) ci aiuta a considerare il lavoro di Arthur Miller, presentato nel 1949, in una luce parzialmente nuova e diversa rispetto ai temi sempre sottolineati della crisi della famiglia, del sogno americano e del rapporto tra padri e figli. Se si pone attenzione al dramma milleriano avendo presente che solo pochi anni più tardi, tra il 1953 ed il 1954, Adorno, in una serie di conversazioni radiofoniche delineerà il profilo della crisi della famiglia patriarcale così come era stata proposta dalla società, ma soprattutto dalla letteratura borghese[1], risulta più agevole individuare nel drammaturgo statunitense, come nel filosofo tedesco, dei nuclei critici la cui portata dialettica assumerà forme, per noi più familiari, mezzo secolo più tardi.

Willy Loman è un salesman, un uomo il cui lavoro consiste nel vendere. Solo apparentemente ha un sistema di valori nel quale il lavoro, l’azienda, il guadagno, la carriera costituiscono dei punti saldi. Willy Loman non è Johann Buddenbrook (il romanzo di Thomas Mann è del 1901): i valori della società borghese del lavoro e dello sviluppo economico hanno cessato, alla metà del novecento, di essere sorretti da una struttura economica che fa del proprio progresso la stella polare del proprio agire. Non si vendono già più dei manufatti divenuti merci, ma si vendono delle merci astratte che poi possono pure – una volta “acquisito l’ordine” – divenire dei manufatti[2]. Come dice, verso la fine del dramma, il vicino di casa di Willy Loman, un venditore è un uomo che vive di sogni: sarebbe meglio dire che il venditore è un uomo che deve costantemente ignorare la delusione ed il rifiuto dei clienti che non comprano, per riproporsi la settimana o il mese dopo con il medesimo articolo e con nuove chiacchiere. Le illusioni non debbono mai essere perdute – come capitava invece, nel capolavoro di Balzac al giovane Lucien Chardon – sono anzi il propellente che consente la negazione onnipotente della delusione da un lato ed il rilancio seduttivo dall’altro.

salesmanIl padre della famiglia Loman sta per essere scalzato dal ruolo di sostegno economico, non guadagna che pochi soldi e verrà presto licenziato perché altri salesmen, più giovani, corrono di più a cercare di vendere ed hanno meno pretese. Willy vaneggia di vendite ricchissime, di guadagni importanti, di successi ecc. ecc. Spesso cita industriali famosi che lo trattano con familiarità, persone importanti che hanno di lui la massima stima, direttori che lo fanno accomodare senza stare in sala d’attesa e così via. Il salesman tratteggiato da Arthur Miller è, nel suo mondo interno, un bambino affascinato da una figura paterna grandiosa ed attraverso l’identificazione con questa si immagina di godere degli stessi agi e dello stesso prestigio. Il padre interno grandioso – nel dramma Willy è stato abbandonato da bambino dal padre – è anch’esso una figura narcisistica che valuta i propri figli sulla base del loro successo e del prestigio che questo fa ricadere su di lui. Willy allora imbroglia le carte per mostrare un successo che non ha: fa rubare ai suoi bambini i mattoni e la calce per costruire una nuova stanza della casa, truffa l’assicurazione, vive con i cinquanta dollari settimanali che il vicino di casa gli passa sottobanco, rifiuta il lavoro che questi gli offre perché non abbastanza remunerato e prestigioso.

La figura del fratello più bravo e più fortunato che ha fatto fortuna in Alaska, inoltrandosi nella foresta per trarne diamanti, è un’altra trave portante del mondo interno di Willy. Il fratello più fortunato è quello che entrando senza paura in un ventre materno kleiniano ne trae le fantastiche ricchezze che vi sono contenute. Il commesso viaggiatore confonde il claustro fecale con il seno e si immagina che sia il primo, nel quale bisogna introdursi attraverso un cunicolo anale, a dare dei meravigliosi frutti. La madre interna, come i clienti, con i quali bisogna sciorinare parlantina, simpatia, barzellette, cede alle lusinghe di chi è salesman di se stesso: premia il figlio intrusivo e delinquenziale, non il più meritevole. Willy è divorato dalla gelosia per il fratello fortunato. Tra I Buddenbrook e Morte di un commesso viaggiatore si situa – e anche cronologicamente siamo circa alla metà del mezzo secolo che li divide – il lavoro di Freud Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) dove la funzione del padre è quella di contenere, attraverso l’equità e la giustizia distributiva, l’odio e la competitività dei fratelli. Il padre freudiano è il Johann Buddenbrook di Mann, il Taras Bulba di Gogol, ma non certo il cialtrone bugiardo di Miller. Il lavoro citato di Freud analizza soprattutto il legame che si instaura tra un seduttore sociale e la massa: Willy Loman, chiuso nell’ottusità famiglia-lavoro-auto, atomo sociale senza rappresentanza, sarebbe stato pronto per divenire, come i personaggi di Erika Mann[3], un nazista nella Germania di quindici anni prima, ma più ancora, nella sua figura, tragica perché grottesca, non è difficile cogliere il profilo di un uomo del capitalismo finanziario, privo di regole e di una qualsiasi etica. Il protagonista di The Wolf of Wall Street di Scorsese, per dirla alla Marx, è un Loman pratico mentre Will Loman è un Jordan Belfort teorico.

La moglie di Loman, anche se è colei che tiene in ordine gli sgangherati conti familiari e manda avanti in qualche modo la baracca, è ben lontana dal rappresentare la moglie e la madre amata e rispettata dal marito e dai figli che compariva, con il volto di Joan Bennet, in The father of the Bride, film di Vincente Minnelli del 1950. Linda Loman ama in modo materno questo marito pieno di frottole e inconcludenza, puttaniere non meno del figlio Happy, vanaglorioso, che fa vivere di fatto la famiglia in un quartiere urbano soffocante, con elettrodomestici scassati, impianti da rifare e approfittando dei cinquanta dollari passati dal vicino generoso. Linda è la muta testimone – non deve mai aprire bocca quando il marito sentenzia spropositi con i figli – dell’agitarsi di un uomo vile e grottesco che ne chiede il consenso rispetto ai figli: viene chiamata a mediare e che chiede ai figli di essere comprensivi con il padre debole che lei stessa accetta per credenza (belief), come direbbe Ronald Britton. Le donne per Loman, come per Fantozzi, possono essere: a) graziosi oggetti da conquistare, b) figure di secondo piano addette alle cure domestiche, c) puttane.

Loman non è vicino, ideologicamente ai mariti borghesi che, magari tradiscono le mogli, ma ne hanno un rispetto sia pure particolare e distorto o ai mariti operai che pure tradiscono le mogli, ma ne sentono anche la vicinanza come compagne di vita. Willy Loman non è l’avvocato Stanley Banks di Minnelli, ma nemmeno è il Marcello Clerici, carrierista borghese e uomo inaffidabile di Alberto Moravia (Il conformista); tantomeno è Metello Salani, l’operaio ribelle e fascinoso descritto da Vasco Pratolini (Metello). Willy Loman è il padre ideologico dei puttanieri del nuovo millennio per i quali non si pone neppure quella triplice categorizzazione della donna che ancora il personaggio di Arthur Miller aveva in mente: le donne difatti non si conquistano, si comprano quando servono, e neppure debbono tenere in ordine la casa: per questo ci sono gli übermensch e le hausfrauen che approdano dall’est con i camion o dall’Africa con i barconi. In definitiva le donne possono quindi essere solo puttane! E’ del tutto evidente come una svalutazione del femminile di questo livello abbia le sue radici nella violenza omicida rivolta al seno assente nella posizione schizo-paranoide da un lato e dall’altro in un’immagine perversa dell’altro femminile sulla quale, scrive Franco De Masi: la pulsione sessuale è quella che permette più variazioni e degradazioni dell’oggetto, dato che in origine è indipendente dall’oggetto[4].

Se l’ideologia nel suo aspetto di falsa coscienza ha ancora una funzione di freno in Loman, che pure pensa di amare la moglie, essa viene abbandonata come una vecchia pelle inutile dai personaggi di Massimo Carlotto – si pensi al protagonista di Arrivederci amore, ciao[5] – per i quali ogni cosa è usata per raggiungere lo scopo di un dominio e di una ricchezza sempre maggiori: tutto è fungibile in questo mondo in cui non esistono individui. Ed è fungibile ad un livello che Stefan Zweig poteva solo lontanamente intuire nel 1941 quando porta a termine la sua autobiografia Ein Welt von Gestern. Erinnerungen eines Europäers.

Arthur Miller, nella sua intera opera drammaturgica (della quale Margaret e Michael Rustin hanno sviluppato un argomentato esame psicoanalitico apparso in italiano nel 2005)[6], ma in maniera nitidissima in Morte di un commesso viaggiatore, ci aiuta a capire quale sia il meccanismo di base dello spirito del capitalismo, cioè i suoi animal spirits, e soprattutto come questi spiriti si annodino in modo strettissimo alla vita pulsionale dei soggetti.

MillerI due figli di Willy Loman, appaiono degli adulti/bambini largamente influenzati dalle illusioni e dalle bugie paterne. Happy è, come dice la madre, un puttaniere: un giovane che nel “castigare” le donne trova una rivalsa ad una vita priva di ogni altro interesse. Nella mitologia personale paterna Happy è un vicedirettore del magazzino, in realtà è un giovane che lavora nel magazzino di un’azienda. Biff era o poteva essere un campione dello sport, ma a scuola non aveva alcuna capacità: superava le prove copiando o non le passava del tutto dicendo però di averle superate. Sarà Biff appunto, che ha una personalità un po’ meglio strutturata del fratello a dire chiaramente al padre, alla fine del dramma, quale è la verità: il padre è un vecchio salesman che ha sempre tirato la vita con i denti e che è stato buttato fuori dall’azienda da un giovane manager senza scrupoli che invece Loman riteneva legato a lui per i vincoli di antica amicizia avuti con il padre; Linda, la madre, è una donna immiserita dalla fedeltà cieca a un tal marito, e loro due, i figli, sono due giovanotti che già hanno tutte le caratteristiche del fallimento nella loro vita.

La bugia, costante nella vita e nella mente di Willy, ha tenuto i figli nello stato di bambini promettenti, svelti e dinamici, che rappresentano la soddisfazione del loro padre. Si crea così un doppio legame attraverso il quale se i due uomini/bambini dipendono dal padre per la loro vita materiale e per continuare a nutrirsi di bugie ed illusioni, il padre dipende da loro e dalla loro complicità per continuare a credere in un meraviglioso futuro fatto di successi aziendali e carriere

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luminose.

Nulla vi è di più distante da Willy della figura di un buon padre che è in grado di accompagnare i figli verso l’autonomia e di rallegrarsene con loro piuttosto che sperare in un loro successo professionale e sociale che può verificarsi o meno. Willy è un padre in un’epoca nella quale l’ideologia dominante prevale largamente sulla realtà, pur separandosene, in misura cospicua: si tratta di una ideologia come falsa coscienza. A fronte di una realtà di un padre commesso viaggiatore esposto ai superiori, ai venti di crisi economica, al capriccio dei clienti, alla forza della concorrenza ecc., vi è un uomo che farnetica successi, denaro, affermazione sociale per sé, e, a rimorchio, della propria famiglia. Non siamo più, è chiaro, nel clima mitteleuropeo di Joseph Roth che Claudio Magris ha indicato come società dei padri. Quella società, con quel ruolo del padre, non è mai di fatto esistita all’interno del capitalismo: il mondo di Roth, di Hermann Broch, di Hugo von Hofmannsthal, di Adalbert Stifter è fortemente ancorato, ed è questo il motivo di fondo del suo tramonto, all’aristocrazia e ad un modo di produzione precapitalistico. Il permanere di una ideologia del padre e del potere fallico appare quindi come un resto insaturo, un mito personale, come l’avrebbe chiamato Franco Fornari. E’ però importante notare come nel dramma di Miller il credere nel sogno americano conservi la funzione di aggregazione sociale: tutti i personaggi della famiglia Loman tengono in piedi la grottesca finzione che solo alla fine, con quel poco di verità che Biff fa emergere, va in frantumi e porta al suicidio del padre. La crisi della famiglia tradizionale non appare però come lo scioglimento dei conflitti irrisolti e l’approdo ad una maggiore consapevolezza di sé e della realtà: non si ha cioè un approdo alla posizione depressiva. Le famiglie attuali non mostrano difatti un superamento del modello precedente, ma nuovi scenari interpersonali dove alla dipendenza dal padre si è sostituita la frammentazione ove ciascuno mira al proprio, senza legami con gli altri membri che appaiono – quando abbiano una funzione – malaugurati freni alle proprie ambizioni o elementi delusivi che fanno fallire i sogni[7].

In termini di clinica psicoanalitica il raffronto tra la famiglia Loman e quella che ci consegna il dramma di Schimmelpfennig, ci indica come il venir meno di una struttura di contenimento come quella famigliare tradizionale, nella quale il padre è la figura centrale, non segni di necessità un superamento positivo dei conflitti e delle nevrosi dei quali questa famiglia era una vera e propria culla, ma possa approdare ad un tipo di aggregazione famigliare nella quale i conflitti non sono risolti, ma, diversi qualitativamente, sono aumentati, e dove i quadri patologici si sono spostati dalla nevrosi alle sindromi contrassegnate da difese schizoparanoidi. Dal punto di vista del funzionamento della mente, si potrebbe affermare, con un’ottica bioniana, che l’abbandono di un contenitore segna un momento di crisi che prelude all’entrare in un contenitore nuovo più adatto a certe esigenze, ma anche con una conformazione tale da presentare problemi e conflitti nuovi. Accogliendo il suggerimento di Ronald Britton si può pensare che il venir meno della bugia, nella famiglia di Willy Loman, si presenti come una posizione depressiva, D(n), la quale produce però a sua volta disagio psichico e perdita narcisistica e, quindi, un nuovo scenario schizoparanoide Ps(n+1) che appare a sua volta precedere un D(n+1)[8]



[1] Istituto per la ricerca sociale di Francoforte. Adorno W. T., Horkheimer Max. (a cura di) Lezioni di sociologia Einaudi, Torino 1966

[2] In una divertente commedia cinematografica del 1961, Amore ritorna di Delbert Mann, il capo di una agenzia pubblicitaria lancia un prodotto che non esiste, il VIP, per poi, quando la trama della commedia evolve, trovarsi costretto a creare un qualcosa – sarà una caramella alcolica – che dia corpo a ciò che non esisteva fino a quel momento.

[3] Mann E. Quando si spengono le luci. Storie del Terzo Reich Il Saggiatore, Milano 2013

[4] De Masi F. La perversione sadomasochistica. L’oggetto e le teorie Bollati Boringhieri, Torino 1999, pag.67):

[5] Carlotto M. Arrivederci amore, ciao e/o Edizioni, Roma 2001

[6] Rustin M., e Rustin M. Passioni in scena Edizioni Bruno Mondadori, Milano 2005

[7] Si veda al proposito il lavoro di un giovane drammaturgo tedesco Roland Schimmelpfennig Besuch bei dem Vater rappresentato in Italia con il titolo, letterale, Visita al padre

[8] Britton R. Credenza e immaginazione Borla, Roma 2006, cap.VI

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Adriano Voltolin

Adriano Voltolin

Adriano Voltolin, psicoterapeuta, psicoanalista, è Presidente della Società di Psicoanalisi Critica, Direttore scientifico dell’Istituto di Psicoterapia Psicoanalitica di Sesto San Giovanni (Milano) e Direttore della Rivista “Costruzioni psicoanalitiche”. E’ docente presso il Corso di Teoria Critica della Società presso l’Università di Milano-Bicocca. E’ autore di numerose pubblicazioni sulla teoria e la clinica psicoanalitica.
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