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Società di Psicoanalisi Critica » Lettere su Parigi

Lettere su Parigi

Written by Segreteria. Posted in homepage

Pubblichiamo in questa pagina uno scambio di email girate tra i membri e gli amici della Società di Psicoanalisi critica, in particolare, tra l’11 e il 12 Gennaio 2015, ossia, poco dopo l’attacco terroristico a Parigi dell’11 Gennaio 2015.

Lo spunto di questo dibattito nasce da una prima email spedita a caldo da Gianni Trimarchi ad Adriano Voltolin. Le riflessioni di Voltolin, a loro volta, hanno stimolato gli interventi di Scipione Guarracino e Sergio Marsicano. Seguono, a qualche giorno di distanza dall’evento, il 22 gennaio 2015, le riflessioni di Franco Romanò.


Caro Adriano,

sono tornato ieri sera da Parigi dove, malgrado tutto, la situazione è tranquilla e in perfetto controllo (almeno fino ad oggi, domenica 11 Gennaio, ore 14.00). Speriamo per la manifestazione.
Venendo all’accaduto, una cosa volevo dire: nel mio articolo in uscita nel prossimo numero della rivista Costruzioni Psicoanalitiche del 2015, ho parlato di Khaled Kelkal, morto vent’anni fa, nel 1995. La situazione attuale non sembra essere poi cambiata tanto. Da quanto ho letto sui giornali, era identico il rituale di arruolamento, identico il training che preparava i giovani a voler morire, identica la fine “serena” dei terroristi, uno dei quali muore pregando (!), dopo aver minacciato di uccidere un bambino di due anni. Particolarmente attuale e significativo il passo di De Masi in cui si parla di Zacharia Zubeidi, che gestiva questi gruppi (De Masi F., Trauma, deumanizzazione e distruttività. Il caso del terrorismo suicida, Franco Angeli, Milano, 2008). Avendo un po’ studiato queste cose, sia pure anni fa, non mi stupisce che il training funzioni, dando “ottimi” risultati. Credo che gestire l’attività sia anche facile: basta avere abbastanza pelo sullo stomaco per cominciare ed essere abbastanza cinici da disprezzare la vita. Non a caso Zubeidi, che è una brava persona, ad un certo punto si è rifiutato di continuare.
Enzo Spaltro si preoccupava di superare i fanatismi, attraverso l’analisi delle differenze, qui al contrario il problema è esaltare le chiusure, ma in certo senso le variabili in gioco potrebbero essere simili e sappiamo che funzionano; varia il senso morale di chi le gestisce. Certo, come dice anche De Masi, la psicologia non esaurisce il discorso sui committenti e sui capitali investiti.
Mi conforta l’atteggiamento non violento dell’intera popolazione francese, che si è mossa in forma imponente ma senza atteggiamenti aggressivi e distinguendo i terroristi dagli islamici, distinzione che in questi casi si rischia di perdere.

Gianni Trimarchi


Caro Gianni,

La risposta della piazza ieri a Parigi è stata buona e positiva (anche a Milano sabato, nonostante il silenzio dei media): c’è solo da sperare che i luogotenenti della finanza internazionale ieri in prima fila addolorati come coccodrilli, se ne ricordino. Addestrare qualcuno alla vendetta paranoide non è affatto difficile quando, come dice bene De Masi, le sue condizioni materiali di vita lo tengono immerso nella disperazione, nella ferocia e nel pericolo costante di vita. Ho visto qualche giorno fa “American Sniper” di C. Eastwood ed è impressionante come le guerre oggigiorno – lì è l’Iraq – siano fatte di agguati, di assassini, di torture e di totale disprezzo della vita dei civili (qual è la distinzione oggi tra civili e fighters?). La memoria corta è la fulgida caratteristica dell’oggi al livello dell’informazione come la totale sottomissione alla finanza è la cifra dei (non)governi europei: che cosa annunciavano le banlieu de “L’odio” di Kassowitz ormai venti anni fa? Che significava la rivolta dei casseurs a Parigi qualche anno dopo? E gli scontri in Inghilterra nei sobborghi delle città? E le manifestazioni in Usa contro il razzismo e la violenza dei poliziotti di venti giorni fa? Da quanti secoli si sa che l’ordine sociale, sia pure nell’ottica della destra, prevede i circenses certo, ma pure il panem? Il terrorismo è una risposta speculare alla crisi del neocapitalismo: per entrambi la situazione attuale non ha alternative ed è rappresentata per i secondi dall’orgia paranoide di una speculazione infinita e per i primi da una bomba pantoclastica che distrugge tutto in attesa di un al di là che ricorda troppo, e troppo tristemente, i bambini biancovestiti che riscatteranno il mondo nella terribile premonizione del nazismo di von Hofmannsthal. Emanuele Severino, due giorni fa, ricordava sul Corriere della Sera la sottovalutazione trionfalistica del ruolo di contenimento e di equilibrio che dava l’esistenza dell’URSS al tempo del confronto tra due superpotenze: e chi oggi riflette sull’URSS per aggiungere qualche cosa all’idea delirante di quel campione di democrazia di Reagan che non fosse altro che l’Impero del male?
La memoria, il centro del lavoro psicoanalitico nella clinica delle nevrosi, ma di strategica importanza anche nei quadri più severi, appare un elemento di consapevolezza senza il quale l’avvenire non può apparire che come oscuro e minaccioso. Ieri sera in tv Umberto Eco diceva come il leggere i libri sia il reale antidoto contro l’iper-informazione sul nulla e che non produce nulla. Ho la sensazione che siamo in un tempo nel quale, come nel film di Truffaut, sarà opportuno che ciascuno di noi ne mandi a memoria uno visto il rogo, mediatico per il momento, cui i libri sono inviati. Io mi scelgo i Grundrisse.

Adriano Voltolin


Caro Adriano,

aggiungo qualche riflessione, troppo rapida e quindi confusa, sugli eventi degli ultimi giorni, che si prestano bene a produrre atteggiamenti da combattere ed esorcizzare al loro primo insorgere, e non solo il prevedibile razzismo dei vari Salvini e Le Pen (autrice di un magnifico autogol, mettendosi fuori dallo spirito della migliore Francia). Se si esclude la presenza di capi di stato impresentabili, sono solo una cosa buona le imponenti manifestazioni parigina e francesi in difesa di valori cui l’Europa fa bene a restare attaccata.
Come succede regolarmente almeno dal 2001 in poi, mi accorgo che si ripresenta la tentazione di leggere i fatti secondo le categorie a noi più familiari. Credo che bisogna distinguere quattro livelli diversi. Il primo è quella della realtà in sé dei paesi musulmani, con il loro retroterra storico e culturale: tocca a loro stessi mettere fine al loro medioevo (ma ecco un’altra categoria che rischia di essere inadatta). Più importante è il secondo. Prima ancora della fine dell’Urss (una grande tragedia storica, anche se la prova finale di un fallimento), il mondo islamico aveva cominciato a uscire dalla logica dei blocchi della guerra fredda, in particolare, con la rivoluzione iraniana, che era ugualmente antiamericana e anticomunista. Si attende però ancora che l’islamismo politico trovi una sua fisionomia che lo renda in grado di misurarsi con i problemi della modernità. Non so se faccio bene, ma continuo a confidare nella capacità dell’Iran di trovare la via giusta. Qui arriva il terzo livello. Nessun paese attraversato dalle “primavere arabe”, tranne la Tunisia, è stato in grado di liberarsi dei regimi autoritari senza cadere nella trappola dell’identità religiosa, che (con la parte deleteria giocata in più dall’Occidente) ha prodotto caos, oscurantismo e dilettantismo politico. C’è infine il quarto livello, quello del terrorismo, che almeno dal 1992 (Algeria) ha colpito soprattutto le stesse popolazioni musulmane, con un elenco di paesi coinvolti che è diventato interminabile. Ogni tentativo di leggere questa pratica del terrore in chiave anti-imperialista è veramente molto elementare.

Scipione Guarracino


Caro Adriano,

concordo sull’analisi esposta nella tua email, ferma restando la condanna dell’azione cruenta parigina in sé (anche perché non ha sbocchi). La sfilata dei capi di stato a Parigi di ieri è particolarmente indicativa del non volerne sapere dei legami che uniscono gli eventi del mondo, nella sua complessità, e dell’uso cinico dell’evento decontestualizzato, per obiettivi altri.
Qualche mese fa, non ho sentito nessuno affermare: “Io sono palestinese”, mentre oltre 2000 persone venivano massacrate dalle forze armate di Netanyahu, come da rituale ripetitivo innescato da Sharon e dai sui predecessori, in quel lager a cielo aperto che è la Striscia di Gaza. Ho visto applicare sanzioni ed emettere critiche verso i filorussi di Donetsk e della Crimea, e inneggiare alla primavera di Svoboda e dei nazisti ucraini a Kiev. Ho sentito dire della fine del regime cubano e non della vittoria dei cubani che, pur poveri, resistono agli ostracismi americani e internazionali per salvale il miglior sistema sociale (considerando la carenza di risorse) del continente americano.
La sbornia di ieri ci farà dimenticare il quasi 14% di disoccupazione raggiunta in Italia e il quasi 45% di disoccupazione giovanile, in una crisi che non ha fine, anno dopo anno, e che è l’effetto di quel terrorismo globalizzato che è il liberismo socio-economico.

Sergio Marsicano


Cari,

Non è facile parlarne a caldo, perché almeno per me siamo ancora a questo punto: troppe cose non quadrano, troppe le questioni che si intrecciano, da quelle antropologiche fino ai problemi di geopolitica. Mi sono sentito spinto al silenzio e per questo non faccio altro in questi giorni che pubblicare interventi sul mio blog con i quali sono, più o meno, d’accordo, ma che mi sembrano profondi e comunque suscitatori di riflessioni. Le mie, invece, tardano e quindi mi trovo in po’ in difficoltà.
Ho letto le vostre e affrontano temi diversi tutti importanti e allora vado per aggiunta su un punto soltanto: la retorica e la sostanza dell’illuminismo. Nell’improvvisa riscoperta di questa parola mi sembra confluiscano due diverse sensazioni ambivalenti e contradditorie. Parto dalla sensazione che considero positiva. Si riscoprono parole come Liberté, Egalité, Fraternité (dimenticando completamente la critica di Marx all’illuminismo), perché si avverte la sensazione ancora largamente confusa che il turbo-capitalismo è una forma nuova di Ancien Regime. Quanto alla retorica illuminista, penso che si tratti, invece, di una forma di imperialismo culturale, che ignora la dimensione antropologica e quindi la differenza fra le culture e che, in nome di una lotta a tutti gli assolutismi, pone i valori occidentali come universali.

Franco Romanò

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