In difesa della psicoanalisi

Written by Franco Romanò. Posted in Articoli, homepage

letteredi Franco Romanò

È un piccolo libro importante quello pubblicato da quattro psicoanalisti, appartenenti a diverse scuole, per i tipi di Einaudi. Si tratta di personalità molto note anche nel dibattito pubblico; dunque militanti.

Il tema è un tormentone che accompagna la psicoanalisi dalle sue origini: il suo statuto, la sua scientificità, la sua efficacia. I quattro autori – Simona Argentieri, Stefano Bolognini, Antonio Di Ciaccia e Luigi Zoja – rispondono nei loro saggi agli attacchi che, recentemente sono stati mossi alla teoria psicoanalitica e che hanno alimentato un dibattito sui quotidiani, cui diede una prima risposta la giornalista Luciana Sica: fu lei a proporre ai quattro interlocutori di rispondere alle critiche – sempre le stesse – come nota Luigi Zoja, in un passaggio del suo intervento.

Vorrei partire proprio da questo: mentre ci si annoia davvero a sentire riproporre argomentazioni che (a parte le dovute eccezioni) stupiscono per la mancanza di fantasia e la loro monotonia, a leggere le brillanti risposte dei quattro autori non ci si annoia affatto.

Aggiungerei un’ulteriore dote del libro. La sua brevità e la sua densità favoriscono il rilancio di molte questioni, stimolano ulteriori interventi, aprono prospettive ulteriori di discussione quanto mai fertili: insomma, non un libro di risposte apodittiche, ma di problemi aperti e tutti da approfondire anche per chi, come lo scrivente, non è psicoanalista, pur avendo un rapporto di frequentazione continua a appassionata con la teoria psicoanalitica.

Pur nella diversità degli approcci mi sembra che uno dei temi centrali per tutti gli intervenuti sia la distinzione fra scienze esatte e scienze umane o dello spirito, per usare il termine tedesco, Geisteswissenschaften. Parto da un’affermazione di Luigi Zoja:

…Le scienze umane cercano di spiegare (erklären), quelle dell’uomo cercano di comprendere (verstehen).”1

Dovrebbe essere ovvio, ma evidentemente chi, sul fronte scientista, nega tale distinzione senza dirlo, se ne serve poi per affermare che la psicoanalisi non è scienza. Basterebbe ricordare, a chi obietta in questo modo, che la stessa critica non pare, tuttavia, essere così aspra nei confronti dell’antropologia, per esempio, o della stessa economia, o della storia: tutte scienze umane, che si avvalgono anche di strumenti statistici e misurazioni per alcuni problemi specifici, ma che certamente nessuno considera esatte come la fisica, senza per questo arrivare a concludere che allora non sono neppure scienze. Perché, dunque, tale acredine nei confronti della psicoanalisi? I quattro autori usano molto fair play nel farlo notare e, dal momento che sono tutti e quattro analisti, fanno bene a tenersi lontani dall’arroganza saccente del fronte avverso. Io, però, da esterno, penso di potermi permettere una dose minore di buona educazione. La particolare animosità nei confronti della teoria psicoanalitica sta nel fatto che essa si occupa della singolarità, cioè di quello che massimamente le epistemologie che forzano i paradigmi delle scienze esatte temono di più, in quanto essa sfugge a qualsiasi classificazione di ordine statistico. Dunque, anche senza volerlo, la psicoanalisi si pone come critica permanente in atto di quella che definisco ideologia anglosassone2 , oggi dominante, ma anche a quella particolare interpretazione della meccanica quantistica in senso statistico che passa sotto il nome di scuola di Copenhagen. In sostanza, le obiezioni che si muovono alla psicoanalisi costituiscono un movimento a tenaglia: da un lato, si prende come assoluto epistemologico un criterio adottato dalle scienze esatte che non gode affatto di univocità neppure in quell’ambito e dall’altro lo si estende indebitamente alle scienze umane per arrivare a concludere che allora scienze non sono e non hanno perciò alcuna efficacia.

Bohr-Heisenberg

1 Niels Bohr e Werner Heisenberg

A questo, aggiungerei quanto afferma Simona Argentieri e cioè che la psicoanalisi è una “...teoria della crisi permanente… perché il suo concetto basilare è quello del conflitto...”3 ; il che deve apparire a qualcuno come il contrario della guarigione, assimilata a uno stato di quiete, o di ripristino dello stato preesistente la malattia, cioè esattamente il contrario della comprensione del sintomo e del superamento dello stato che lo crea: perché la psiche non è un braccio rotto da ingessare! E, nel dire ciò, mi riferisco anche alle salutari provocazioni di Bolognini4 .

Simona Argentieri, nel ricordare come le obiezioni e le critiche storiche alla psicoanalisi (l’accusa di pansessualismo, l’intolleranza del nazismo nei confronti della sua matrice ebraica, quella del marxismo ortodosso che la riteneva una scienza borghese), nota alla fine come gli attacchi di oggi sembrino meno pericolosi e forse è proprio così senonché tali attacchi “sono il sintomo di un diffuso atteggiamento socioculturale di incomprensione e ostilità.5

Il punto nevralgico è proprio questo e non si tratta di un sintomo soltanto, bensì di una serie di sintomi, di cui l’ostilità nei confronti della psicoanalisi è solo un esemplare.

Quali sono allora questi altri? Per arrivarci, mi avvarrò maggiormente degli interventi di Zoja e Di Ciaccia, perché trovo in essi spunti più confacenti a una competenza come la mia, che esula dal campo strettamente clinico e non mi permette di entrare nel merito, pur apprezzandole e condividendole per quel che ne posso comprendere, delle affermazioni di Bolognini, per quanto attiene l´autismo, un tema ampiamente toccato anche da Di Ciaccia e da Argentieri.

Di Ciaccia si domanda quali siano state le condizioni che hanno fatto nascere la psicoanalisi e le vede in continuità rispetto alla rottura epistemologica operata da Galileo, di cui cita un passaggio molto celebre: “Il libro della natura è scritto in lingua matematica.6 Freud, ricercando le cause dei fenomeni psichici che notava nei suoi pazienti, compie rispetto alla natura umana lo stesso passo compiuto dalla scienza moderna e cioè non li interpreta più secondo la magia e la

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religione, oppure secondo un modello di tipo semplicemente descrittivo, come avveniva per la scienza antica, ma ne ricerca le cause. Secondo Di Ciaccia, il riferimento freudiano era la termodinamica.

Per questo, decenni dopo, Lacan potrà affermare che la psicoanalisi “ha una vocazione di scienza.”7 Lo psicoanalista francese modificherà nel corso degli anni il suo pensiero, arrivando infine alla conclusione che la psicoanalisi non è una scienza ma una pratica; tuttavia non mi sembra questo il punto decisivo. La psicoanalisi nasce dalla rottura epistemologica operata dalla scienza moderna, ma non può uniformarsi del tutto ai suoi paradigmi in quanto scienza umana. Lo stesso, peraltro, vale anche per le altre scienze dello spirito e anche per l’economia, che viene spacciata sottilmente come scienza esatta solo per ragioni ideologiche. Sempre Di Ciaccia, entrando maggiormente nel merito dei motivi per cui la psicoanalisi è oggi a rischio afferma:

“La psicoanalisi non sparirà per le critiche di ricercatori e scienziati, ma per interventi burocratici (e – aggiungo io – repressivi), suffragati da posizioni ideologiche” e così prosegue:

La seconda posizione veramente pericolosa è quella che chiamerò l’installazione dell’ideologia del pensiero8

Subito dopo Di Ciaccia chiarisce che per pensiero unico intende proprio l’ideologia scientista e successivamente va a toccare il punto nevralgico di quest´ultima. Citando un libro di Marco Focchi,

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vede il pericolo estremo nel fatto che tale ideologia pretende di estendere il calcolo matematico al campo soggettivo, inventando protocolli astrusi (l’aggettivo è ancora mio), che riducono il malato a una sommatoria di funzioni dei suoi organi, e ne fanno sostanzialmente un soggetto da normalizzare. Di Ciaccia, poi, compie un passo ulteriore:

E vedo lo stesso meccanismo applicato ai sistemi valutativi scolastici…”9

In quanto insegnante, sono stato testimone e vittima delle famose e astruse tassonomie del Bloom, il primo passo di una deriva che ha portato recentemente alle prove invalsi (che già nella terminologia suonano sinistre), agli esami a quiz spesso cervellotici, a tutto un insieme di pratiche di misurazione di derivazione americana, che peraltro, proprio oltre atlantico, cominciano a porre in discussione. Lo stesso, come affermavo in precedenza, avviene per gli algoritmi che pretendono di governare i mercati finanziari, con le conseguenze del caso, che stanno sotto gli occhi di tutti. Un esempio tragicomico di queste applicazioni si trova anche nel libro L´ideologia del denaro, curato da Adriano Voltolin e nel quali si trova fra gli altri un mio saggio dedicato al denaro in letteratura, di cui cito di seguito un brano:

Nel pieno degli anni ’90, si diffuse una vera e propria frenesia matematica, riguardante gli studi economici ma non solo. L’intento era quello di calcolare i guadagni a lungo termine che si potevano conseguire a partire da una semplice opzione o prodotto finanziario. Era tutto un fiorire d’equazioni, finché quel lavorio fu finalmente coronato da successo e ottenne il massimo dei riconoscimenti con l’attribuzione del premio Nobel per l’economia agli esimi professori Robert Merton e Myron Scholes. I due avevano trovato l’equazione matrice, la madre di tutti i prodotti cosiddetti derivati, grazie alla quale promettevano la crescita indefinita di ricchezza, una cornucopia senza limiti. Fedeli alle loro convinzioni e corroborati dal prestigioso riconoscimento, i due – moderna versione in chiave ‘scientifica’ de il gatto e la volpe – decisero di dar vita al Fondo d’investimento Long term capital management (LTCM). Dopo un anno d’applicazione della famosa equazione, il Fondo totalizzò un buco di bilancio di 3,5 miliardi di dollari! Inutile domandarsi se ai due sia stato almeno tolto l’emolumento conseguito con il Nobel.10

A queste affermazioni di Di Ciaccia, fa eco Zoja:

Lo spostamento dell´accento verso ciò di cui è misurabile l´efficacia e maggiore la resa economica, insieme a un empirismo anglosassone che la globalizzazione trasforma in patrimonio universale, contribuisce a marginalizzare le scienze umane.”

E più oltre, nella stessa pagina e in quella successiva:

Se un giorno qualcosa spingesse la psicoanalisi in un angolo, si tratterà principalmente di forze economiche.” ((op. cit. pag.107-8))

 

LA SINGOLARITA´ E L´INSIEME

Singolarita´ e individualita´ non sono costituite semplicemente dalla persona fisica che ne è portatrice e che si può esporre o meno al percorso psicoanalitico: esse rappresentano anche il precipitato di tutto quanto questa singolarità sperimenta nella sua vita e naturalmente nella società cui è inserita e che a propria volta soffre di quelle che Freud definitiva Gemeinschaftneurosen e che sembra sia meglio tradurre come nevrosi della comunità piuttosto che come nevrosi collettive. L´individuo e la singolarità, in altre parole, non sono monadi isolate, ma un frammento nel quale si rispecchia l´insieme. La psicoanalisi, occupandosi delle singolarità e cercando di analizzarla con le proprie categorie e pratiche, non svolge un´azione che è solo terapeutica, ma – per usare le parole di Zoja:

“… lungi dall´essere un piccolo contenuto della medicina, è uno dei grandi contenitori di tutta la modernità, un suo elemento fondante.”11

Proprio per tale ragione, tuttavia, la psicoanalisi è anche un grande nemico di quel pensiero unico, non solo scientista ma anche politico, economico e culturale che ho definito ideologia anglosassone.

Una delle ragioni sta nel superamento, oppure la faglia (per usare la terminologia di Di Ciaccia), che essa introduce rispetto alla netta divisione fra res cogitans e res extensa. Su quel dualismo cartesiano si fondò, da un lato, l´oggettività assoluta delle scienze esatte (le cui osservazioni sarebbero indipendenti dall´osservatore), e dall´altro l´io pensante (il cogito), dell´uomo illuminista. Tale dualismo non regge più nel momento in cui la scoperta dell´inconscio mostra come l´io del cogito non sia affatto padrone in casa propria. Tuttavia, tale scoperta non e´ affatto ostile alle scienze, dal momento che nel programma

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di Freud (che peraltro nella sua ideologia personale rifletteva anche alcune derive positiviste poi superate nel tempo), la ricerca delle cause del sintomo, sottratte alla esclusività del pensiero magico e religioso, è del tutto in linea con le procedure delle scienze moderne. Se mai, In Freud permaneva un pregiudizio che si è rivelato errato: il futuro di un´illusione, come Freud definiva il pensiero religioso è piuttosto fulgido ancora oggi e lo sarà ancora perché la pretesa di espellere del tutto il magico e il religioso dall´orizzonte umano è destinato a fallire sempre.

testaGli attacchi più virulenti alla psicoanalisi, a parte quelli storici ricordati da Simona Argentieri, vengono quasi tutti da ambienti psichiatrici (ma fin qui si tratta in molti casi di un dibattito fecondo per entrambi i campi), ma quello che desta sospetto è la stretta dipendenza di tali critiche da paradigmi che fondano le loro radici nell´empirismo anglosassone, nel cognitivismo, in quella ideologia del pensiero unico che sta distruggendo la cultura umanistica europea, pur facendone parte. Non importa se alcuni dei più animosi critici (Grünbaum, per esempio) siano di origine tedesca, dal momento che egli è del tutto assimilato alla cultura americana. Lo stesso vale per Malcolm McMillan, Aaron Esterson e lo psichiatra svedese Max Scharnberg. Anche Popper, austriaco d´origine, è totalmente interno all´ideologia anglosassone e alla sua pretesa di misurare qualsiasi cosa e di pretendere che ai suoi protocolli (parola assai sinistra), si adegui ogni sapere e ogni disciplina.

La radice di questo pensiero unico è antica, va fatta risalire all´empirismo inglese e, sebbene non sia questa la sede per approfondire questa indagine, credo sia necessario affrontare almeno un punto che mi sembra cruciale.

Di Ciaccia, si domanda, in un passaggio del suo scritto, quale sia il postulato nascosto che sta dietro la presunzione delle scienze esatte e lo descrive così:

“La scienza si sostiene sulla credenza che il reale contenga un sapere che gli è immanente.”12

copertinaSi tratta, a mio avviso, di un´affermazione decisiva. La presunzione delle scienze esatte, in sostanza (almeno così io interpreto quanto scritto da Di Ciaccia), è quella di essere auto fondate in quanto in possesso della chiave di quel reale (e cioè il linguaggio matematico e – aggiungo io – geometrico), mentre le scienze umane o qualsiasi altro sistema di pensiero troverebbe solo all´esterno di se stesso il proprio fondamento e dunque sarebbero sempre, in una larga misura, fondati su metafore che alludono ad altro. Le scienze esatte, invece, non avrebbero bisogno di alcuna metafora. Ammesso e non concesso che il reale contenga un sapere che gli è immanente, per dimostrare la fallacia di tale assunto non è necessario scomodare Gödel e Turing, ma è sufficiente tornare ai postulati di Euclide e in particolare al quinto, da cui sono nate le geometrie non euclidee. Dunque, se da un postulato che dovrebbe essere auto evidente e non violabile, dunque non soggetto a interpretazioni diverse possibili, nascono molteplici geometrie, la pretesa che le scienze esatte possano fare del tutto a meno della metafora e cioè di un fondamento che si collochi all´esterno di se stesse diviene risibile. Del resto nessuno oggi direbbe più La Matematica, La Geometria, ma si userebbero questi termini al plurale. Galileo poteva dirlo ai suoi tempi, ma oggi sappiamo che la sua matematica era quella di Tartaglia e non La Matematica.

La pretesa di misurare qualsiasi cosa e l´arroganza di ritenere tale paradigma universale, mi riporta a un´altra divertente provocazione di Bolognini, che cita il paradosso di Zenone, un tormentone millenario. Può darsi che in termini di calcolo Achille non raggiungerà mai la tartaruga, ma nessuno scommetterebbe mai in una vittoria quest´ultima su Achille! A volte, il buon senso è davvero salvifico, con buona pace dei sofisti!

LA NARRAZIONE COME CONOSCENZA

Per avviarmi alle conclusioni riprendo da due altre citazioni.

“…l´uomo, è anche stato detto, è un animale che riesce a raccontarsi. Questo bisogno sembra essere una necessità primaria: certamente esso precede la scrittura se uno dei maggiori narratori di tutti i tempi… Omero, compose la sua grandiosa opera prima che fosse inventato l´alfabeto greco. Possiamo supporre che questo impulso nasca con la parola? Saremmo tentati di dire il contrario: che la parola nasca perché già esisteva un bisogno di raccontare…”

“Forse non è un caso che l´analisi si affermi nel XX secolo: non tanto per la presenza di nevrosi…. che esistevano già prima, bensì per il restringersi della vera narrazione. …. Nel racconto semplificato si separano i campi del bene e del male, affinché i buoni vincano. Scompare invece la narrazione vera, che è sempre affine a quella tragica.”13

Ho lasciato ultime queste parole di Luigi Zoja anche perché mi riguardano particolarmente, visto che mi occupo di poesia, letteratura e di teatro in varie forme. L´intuizione di un nesso esistente fra

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il degrado della narrativa e la nascita di una narrazione altra, mi sembra quanto mai importante e suggestiva e chiama in causa la responsabilità etica di chi scrive oggi, sia poesia, sia narrativa, sia di critica letteraria. La seconda citazione mi suggerisce a sua volta una chiave per comprendere il motivo del degrado intervenuto nella narrazione: la rimozione del tragico, dovuta a una specie di ipse dixit che talvolta si fa risalire a Nietzsche. Si dice che la morte di dio (o degli dei) avrebbe tolto di mezzo la possibilità di opere tragiche, per cui alla letteratura e in particolare alla narrativa verrebbe assegnato per decreto soltanto una funzione ancillare, oppure di intrattenimento più o meno intelligente. Tale istanza puramente ideologica, dal momento che – pur senza entrare nel merito della celeberrima sentenza di Nietzsche – essa si presta a diverse interpretazioni, ammesso e non concesso che sia una sentenza così importante come si è ritenuto, è certamente meno rilevante – in quanto forma ideologica – del pensiero unico di marca anglosassone, ma ha certamente fatto più danni nel campo specifico della letteratura.

Derek Walcott

Derek Walcott

Anni fa, ebbi l´avventura per me affasciante e straordinaria di intervistare il premio Nobel della letteratura Derek Walcott e uno dei temi del nostro dialogo fu proprio il senso del tragico e la sua necessità anche nella modernità, anzi soprattutto oggi14 . Penso che poeti, scrittori, narratori e anche registi teatrali e cinematografici dovrebbero tornare a interrogarsi su questo se vorranno uscire dalla palude di un´arte irrilevante perché ha smarrito o perduta la propria vocazione a non essere semplicemente rappresentazione estetica ma anche un modo diverso di conoscere ed esperire il mondo. Anche per questo ritengo importante un dialogo aperto con il mondo psicoanalitico
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  1. Argentieri, Bolognini, Di Ciaccia, Zoja: In difesa della psicoanalisi, Einaudi, Torino 2013, pag.85. []
  2. Il termine è soltanto mio: nessuno degli scriventi lo usa anche se trovo in alcune argomentazioni di Di Ciaccia e Zoja, ragioni per non ritenerlo arbitrario. []
  3. Op.cit. Pag. 7. []
  4. Mi riferisco agli esempi, alcuni dei quali assai divertenti, che Stefano Bolognini fa alle pagine 35 e 36, riguardati il nuoto e lo sterminio degli ebrei. []
  5. Op. cit. pag. 6. []
  6. p. cot. pag. 61 []
  7. Ivi. []
  8. Op. Cit. 71-72. []
  9. Ivi. []
  10. L´ideologia del denaro. Tra psicoanalisi, letteratura, antropologia a cura di Adriano Voltolin, Bruno Mondadori Editore, Milano 2011 pag. 150. []
  11. op. cit. pag.89. []
  12. op. cit. pag. 66. []
  13. op. cit. pp. 101-103 []
  14. L´intervista è in corso di pubblicazione nella rivista online Overleft. []
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Franco Romanò

Franco Romanò

Scrittore, critico letterario e poeta, è vicepresidente della Società di Psicoanalisi Critica. Ha pubblicato romanzi, poesie e saggi critici su varie riviste specializzate. Attualmente è condirettore della rivista “Il cavallo di Cavalcanti”.
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