Di corpi, di versi: l’affollata solitudine di Pier Paolo Pasolini

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 Pubblichiamo di seguito cinque lavori attorno alla figura ed al pensiero di Pier Paolo Pasolini.
In un contributo si prende in esame la sua poesia (Rabissi), in un altro il suo essere romanziere con una concezione originale dello sviluppo della lingua italiana (Romanò), in un altro ancora il suo modo di fare cinema (Trimarchi) ed infine le sue idee sulla società che si andava delineando negli anni settanta del Nocecento (Voltolin) e la ridda di ipotesi sul suo omicidio (Giannuli).
La riflessione qui collettivamente proposta non vuole essere solo un omaggio ad un grande intellettuale ma anche sottolineare l’impostazione critica che percorre tutta la sua opera

letteredi Paolo Rabissi

1) Ginnasio-Liceo Alessandro Manzoni di Milano. L’anno il 1957, o il ’58.

Venivo dalla provincia. Mi sembrò una buona idea quella di entrare un giorno in classe con Ragazzi di vita in mano. Non avevo nell’animo nessuna volontà di provocare un bel nulla, mi sembrava che potesse essere un viatico buono per essere accolto tra i miei coetanei, tutti figli della borghesia buona milanese. La futura classe dirigente, ripeteva il preside. Non era nelle mie prospettive una simile destinazione, in mezzo a loro ero straniero per troppi aspetti. Cercavo accoglienza, tra i compagni di classe di Milano. Non era forse la grande e moderna Milano, la città dove le cose succedevano, la città sempre in anticipo sui tempi? E non era forse quella la scuola dove ci si educava alle umane letture?

NARRARE LA VITA, FERMARE IL TEMPO; LE PARABOLE DI PASOLINI E IL NOSTRO TEMPO

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letteredi Franco Romanò

La propensione di Pasolini per modi espressivi diversi dalla poesia prende forma e maggiore consapevolezza in un momento di crisi, di passaggio e confine; siamo alla fine degli anni ’50, la società italiana sta cambiando profondamente. Il poeta è convinto che la lingua della poesia italiana si sia irrimediabilmente deteriorata; lo dice qui e là in versi (In morte del realismo è del 1960)1 e in diverse interviste di quel periodo. In breve tempo, tuttavia, questa denuncia divenne soltanto il primo passo di una riflessione che sarebbe andata ben oltre la lingua di poesia per investire l’italiano come idioma nazionale.

Penso si debba partire da qui per capire certe scelte di Pasolini e anche la lungimiranza di intuizioni di cui ora vediamo tutta la nefasta portata.

  1. Il testo si trova all’interno de La religione del mio tempo e ne chiude la seconda parte. Imitando il famoso monologo di Antonio nel Giulio Cesare di Shakespeare, Pasolini pronuncia l’orazione funebre della stagione neorealista. In: Pier Paolo Pasolini, Le Poesie, Garzanti, Milano 1976, p.283-89. []

Appunti sul cinema di Pasolini

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letteredi Gianni Trimarchi

Data la mole non trascurabile di sceneggiature e di film realizzati da Pasolini, non pretendo certo di esaurire l’argomento in poche righe. È tuttavia opportuno fare qualche cenno a questo aspetto della sua produzione, vista l’originalità da lui dimostrata anche in questo campo.

Anzitutto egli tiene ad affermare che l’esperienza letteraria e quella cinematografica non sono antitetiche. Egli tiene a dichiararsi non tanto come regista, specializzato in un ruolo definito, quanto come autore, padrone dell’intera costruzione di senso, anche nel cinema, così come lo era in ambito letterario((1 P. P. Pasolini (colloquio con) Una visione del mondo epico-religiosa in Bianco e nero n. 6, giugno 1964)). Quando si pone nell’ambito delle definizioni teoriche, con un pizzico di ingenuità, egli dichiara che lo specifico del film consiste in una riproduzione del presente, con il carattere del presente storico((2 P. Pasolini, Empirismo eretico, Milano Garzanti, 1972,p 230)). Vedremo tuttavia che i suoi lavori socchiudono orizzonti ben più vasti.

Già infatti nel suo primo film, Accattone del 1961, Pasolini assume in parte codici neorealisti, ma i titoli di testa commentati con un passo della Passione secondo Matteo di Bach ribaltano fin dall’inizio il significato complessivo del lavoro, riportando la sofferenza dei sottoproletari romani da una semplice evidenza ad una dimensione sacrificale, che non è un semplice presente storico.

Pasolini e lo spettro del rimosso

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letteredi Adriano Voltolin

Quando Pasolini venne ucciso, il 2 novembre 1975, mi trovavo ad un convegno di psicologia organizzato a Bologna da Enzo Spaltro: appena arrivò la notizia dell’assassinio, accanto al cordoglio, molti manifestarono l’idea che ad ucciderlo fossero stati i fascisti. Non era così. Era molto peggio a giudicare dalle varie ipotesi fatte e per le quali preferisco rinviare al lavoro di Aldo Giannuli pubblicato in questa stessa occasione.

In quel novembre del 1975 l’impressione lasciata dagli articoli di Pasolini sul Corriere della Sera nei tre anni precedenti, era molto forte sia per l’ottica che proponevano nel guardare alla società italiana ed ai suo mutamenti, sia per l’eco di polemiche che suscitavano.

Il punto di osservazione di Pasolini faceva perno sul disvelamento di ciò che era sotto gli occhi di tutti: un’operazione che in termini psicoanalitici consiste nella messa a fuoco del meccanismo della rimozione, la Verdrängung freudiana. La rimozione è uno strumento attraverso il quale l’inconscio si protegge dal turbamento che verrebbe prodotto dalla pulsione se, appunto, non vi fosse una protezione contro tale spinta. In termini clinici la rimozione è una difesa diversa da altre assai più potenti, ma anche molto più dannose in quanto danneggiano l’Io, il senso di identità. Freud distingue la nevrosi dalla psicosi anche attraverso il tipo di difese impiegate: lo psicotico cambia la realtà, il nevrotico la deforma per poterla sopportare. La rimozione allontana un contenuto disturbante dalla coscienza consentendo così alla medesima di non prendere atto di qualche cosa che la turberebbe più o meno profondamente.

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