Cambiamenti psichici e modificazioni identitarie all’epoca del coronavirus

Written by laura. Posted in Articoli, homepage

letteredi Luca Panarello

Quando ho iniziato a pensare di poter scrivere qualcosa sulla pandemia che ci sta ancora affliggendo e travolgendo, mi è venuta in mente la nota considerazione di Freud, spesso citata e anche un po’ abusata, sulla capacità di amare e lavorare, con riferimento alle due importanti funzioni dell’Io: quella di stabilire/intrattenere relazioni affettive, e quella di svolgere la propria attività lavorativa, entrambe fondamentali per la nostra sopravvivenza fisica e psichica. Tali capacità (affettiva e lavorativa) sono state messe a dura prova nel periodo di lockdown che ha costretto molte persone, per un periodo piuttosto lungo, ad interrompere relazioni affettive significative, rapporti sociali e lavorativi. Per alcuni si è trattato, invece, di vere e proprie perdite: occupazionali, sentimentali (es. separazioni), lutti. Tutte esperienze di natura traumatica caratterizzate da imprevedibilità, senso di estraneità e difficoltà di elaborazione. Nello scritto “Il disagio della civiltà” del 1939 Freud scriveva: “Normalmente nulla è per noi più sicuro del senso di noi stessi, del nostro proprio Io” (p.559, Vol. 10, Opere, Boringhieri). In questo lavoro Freud parlava, tra le altre cose, di un sentimento religioso basato su un bisogno che ha origine da un senso di impotenza infantile e da una nostalgia paterna; precisava che tale necessità si incrementa nei momenti di angoscia “di fronte allo strapotere del fato”. In altre parole, quando l’Io si sente minacciato dal mondo esterno, si difende attraverso un meccanismo che lo porta a desiderare un padre protettivo. Sto pensando alla figura del nostro Presidente della Repubblica che, nelle sue apparizioni, ha cercato di rassicurare la popolazione, confortando e incoraggiando mentre, al contempo, ha ammonito e ribadito le norme per un adeguato comportamento basato sul rispetto delle regole e delle buone prassi idonee (lo speriamo tutti) al contenimento della pandemia. Come se due poteri si fronteggiassero: la potenza del virus e la potenza del padre che il popolo invoca. Invece del Dio della religione cattolica, del Salvatore della nostra tradizione cristiana, il padre della Repubblica con il suo carisma, la sua autorevolezza e la sua saggezza. Seguendo il pensiero di Freud, questo bisogno infantile si risveglia ancor più nei momenti di pericolo, quando l’umanità si sente minacciata da forze oscure che non comprende e non conosce. Il nemico è all’esterno e bisogna stare in guardia, proteggersi, diffidare. Tale atteggiamento può assumere la forma di una paranoia collettiva che limita o addirittura annienta la capacità di pensare, di considerare la realtà in modo obiettivo, di conservare un proprio punto di vista critico. Tutti noi abbiamo vissuto questo clima di controllo sociale reciproco dove ognuno guardava l’altro con sospetto, mentre qualcuno, addirittura, si ergeva a tutore della legge fino a giungere a casi assurdi in cui il vicino di casa chiedeva l’intervento delle forze dell’ordine perché una mamma stava giocando a palla con la figlioletta nel cortile sotto casa. Tutto ciò che è accaduto ed abbiamo vissuto è andato a minare la nostra stessa identità personale, ci ha confuso facendoci sentire inermi. Ha messo in crisi e coinvolto il nostro senso di appartenenza a gruppi, limitato e condizionato la nostra identità sociale e il riferimento alla stessa comunità. La paranoia individuale, come ricorda Luigi Zoja, (p. 23, in”Paranoia”, Bollati Boringhieri, 2011) nel suo significato etimologico, si riferisce ad una mente che “oltrepassa” il campo abituale del pensiero razionale. Quella collettiva, invece, ha a che fare con un potenziale presente in ciascun individuo, come ci ha insegnato Melanie Klein, ma aumenta di fronte a “perturbazioni tempestose della vita collettiva” (Freud, Op.Cit.). Penso che l’esperienza traumatica della pandemia, seppure amplificata da mass media ed istituzioni, possa aver rappresentato un evento perturbante capace di scatenare una tempesta emotiva nell’individuo e nei gruppi. Riprendendo ancora una volta le parole di Zoja, l’ambiente ha avuto, in questo drammatico frangente, il potere di “accendere” (p.27, Op. Cit.) il potenziale paranoico dell’individuo e, conseguentemente, dell’intera collettività. Un altro meccanismo difensivo che si è messo in atto in questo difficile periodo è stato quello del ritiro sociale. Molte persone si sono chiuse non solo in casa, ma anche in propri rifugi della mente cercando un posto sicuro dove poter stare, un angolo riservato/privato dove sostare, riposare, ripararsi. Alcuni, ancor oggi, si sentono più sicuri e protetti restando a casa, limitando i propri spostamenti e contatti sociali. Il senso di protezione viene tuttora ricercato in abitudini e rituali che in questi mesi si sono potuti sperimentare, consolidare e quindi ormai radicati. Si possono osservare persone ( e, almeno in parte, questo vale per tutti noi) che hanno modificato il proprio stile di vita a tal punto da avere difficoltà ad un ritorno alla cosiddetta normalità. Ciò per varie ragioni che non hanno solo a che fare con paranoia e patofobia, ma con uno stato mentale più profondo e inconsapevole che attiene al ripiegamento su se stessi, al bisogno di conservare uno stato di integrità individuale. Un altro vertice delle mie riflessioni deriva, invece, dall’esperienza professionale come psicoterapeuta con bambini ed adolescenti. Anche se, sicuramente, è ancora presto per giungere a considerazioni più approfondite, ho potuto notare, soprattutto in bambini con difficoltà di apprendimento e/o di comportamento (espresse in ambito scolastico), che la chiusura delle scuole e la possibilità di sperimentare nuove modalità di relazione con compagni e insegnanti “a distanza” ha permesso loro, forse in modo un po’ paradossale, di avere migliori risultati, con valorizzazione di attitudini al lavoro e all’impegno precedentemente sconosciute o non riconosciute. Ho riscontrato, almeno in alcuni casi, un aumento dell’autostima e della sicurezza relativamente alle proprie capacità di concentrazione, attenzione e, anche nei genitori, un riconoscimento di questi positivi e inaspettati cambiamenti. Sicuramente, in alcune situazioni, la maggiore presenza a casa dei familiari, ha favorito questo processo, soprattutto dove il clima affettivo e le relazioni erano più favorevoli. Madri e padri, in certi casi, sembrano avere approfittato di questo periodo per recuperare un rapporto di maggiore vicinanza con i figli, soprattutto coloro che erano sempre stati molto coinvolti dal proprio lavoro fuori casa. Penso sia importante osservare questi aspetti contrastanti che possono apparire anche contraddittori avendo avuto un impatto talvolta addirittura positivo sugli individui o sulle dinamiche familiari. Tutto questo sembra essere avvenuto nonostante i pesanti condizionamenti vissuti da tutti noi e, in modo ancor più evidente, proprio dai bambini in questo difficilissimo periodo. A questo proposito, mi sento in accordo con quanto segnalato da Ammanniti nel suo ultimo lavoro (“E poi i bambini. I nostri figli al tempo del coronavirus”, Solforino, 2020) quando parla di bambini reclusi e ingiustamente privati di una anche minima libertà di uscite e movimento, vittime di un atteggiamento di rimozione e negazione collettiva rispetto ai loro bisogni fondamentali. Alcune ricerche citate nel testo hanno evidenziato l’insorgenza o l’aumento di disturbi emotivi in età infantile nel periodo di lockdown. Io stesso ho riscontrato, in alcune situazioni, aumento di irritabilità, opposizione nei bambini e difficoltà da parte dei genitori nel contenimento educativo. Nella mia esperienza, tuttavia, si trattava di casi problematici dove erano già presenti indicatori di rischio. Con la ripresa della possibilità di uscire e di potersi finalmente allontanare dalle mura domestiche, i bambini hanno finalmente abbandonato videogiochi, play station e telefonini per dedicarsi ad attività di gioco all’aria aperta con un nuovo anelito di libertà ed assaporando la novità della situazione ritrovata ma, forse, mai prima pienamente riconosciuta come così preziosa. Diversi piccoli pazienti, alla ripresa dei nostri incontri, mi hanno raccontato di cosa finalmente potevano di nuovo fare: andare ai giardini, in bicicletta, nuotare o fare sport, mostrando scarso rimpianto per le precedenti attività sedentarie delle quali si erano saturati e ormai annoiati. La difficoltà incontrata con i più piccoli nel riprendere le sedute “in presenza”, è stata quella di mantenere l’uso della mascherina. Per loro, infatti, è estremamente difficile giocare, disegnare ed entrare in relazione così schermati. Una strategia che ho utilizzato è stata quella di salutarci a volto scoperto all’inizio e alla fine dell’ora; mentre con quelli più grandi ho notato una maggiore capacità di adattamento alle nuove regole sicuramente rinforzata da un atteggiamento educativo dei genitori conforme a quanto indicato dalle normative vigenti. Gli adolescenti, nella maggior parte dei casi, sembrano aver accettato le restrizioni legate alla pandemia mostrando discrete capacità di adattamento, forse a causa di un atteggiamento più conformistico legato al comportamento dei loro coetanei in quel momento. Soltanto i più trasgressivi, con problemi di comportamento, controllo degli impulsi o dipendenza, si sono mostrati incuranti del pericolo mettendo in atto condotte a rischio. In altri, invece, la chiusura delle scuole e la permanenza a casa ha favorito o rinforzato comportamenti di tipo fobico con insorgenza di attacchi di ansia e panico emersi alla fine del lockdown. Una ragazza di 16 anni, che già avevo seguito con una lunga psicoterapia quando era bambina, mi ha chiesto di rivederci perché non si sentiva in grado di uscire da sola e, alla prima seduta di consultazione, ha portato il timore di essere diventata pazza. Anche lei aveva comunque alle spalle pregressi vissuti di perdita (morte del padre) e angosce di separazione dalla madre. I minori più sofferenti sono stati quelli che si trovavano inseriti in comunità educative residenziali per motivi di tutela o in strutture terapeutiche per problematiche sanitarie. Sono stati gli ultimi a poter uscire e a ritrovare una dimensione di normalità, un minimo senso di libertà di azione, movimento e relazione con familiari e coetanei per loro significativi. Ciò è accaduto per ritardi nelle disposizioni regionali che non avevano preso in considerazione questo tipo di casi. Alcuni adolescenti si sono sentiti realmente reclusi, abbandonati e dimenticati. Un ragazzo di 18 anni che ho a lungo seguito, anche “a distanza”, con sedute di psicoterapia in videochiamata, mi raccontava di quanto gli mancassero gli amici e di come si sentisse prigioniero nel momento in cui tutti avevano ripreso ad uscire e a frequentarsi liberamente mentre lui, inserito in una comunità terapeutica, poteva solo “vederli su Facebook o su Instagram”. Una ragazzina di 14 anni, inserita in un istituto religioso, durante una consultazione psicoterapeutica, ha minacciato il suicidio perché non poteva incontrare la mamma che non vedeva da mesi. Per quanto riguarda le coppie separate in modo conflittuale, inviate al Servizio Sanitario con provvedimento del Tribunale, non ho potuto osservare cambiamenti positivi né miglioramenti. Si tratta sempre di separazioni traumatiche, mai elaborate, dove la litigiosità tra genitori, in alcuni casi, si è addirittura rafforzata. Questo è accaduto perchè entrambi i genitori si sono sentiti deprivati di qualcosa e rivendicavano diritti e bisogni a causa delle maggiori difficoltà nella gestione dei figli. Le modalità di spostamento e trasporto più complicate, i cambiamenti nella propria attività lavorativa, hanno reso più complicato il regime di alternanza tra genitori nella custodia dei figli. Tutto questo ha aumentato pretese insensate, irrazionalità ed incapacità di mediazione negli adulti a scapito di bambini già da tempo esposti ad un clima emotivo altamente patogeno. Un’ultima riflessione riguarda il lavoro di psicoterapia “in remoto”, come ora si usa dire. A parte alcuni pazienti che lo hanno rifiutato e i bambini con i quali la seduta online è stata di difficile realizzazione, nella maggior parte dei casi, soprattutto con adulti e adolescenti, le sedute telefoniche, con videochiamata o su Skype, hanno consentito di mantenere vivo un legame, di offrire un sostegno emotivo in una situazione ambientale particolarmente difficile, di far sentire una presenza attiva e partecipe in un momento di particolare vuoto affettivo e sociale. Credo, inoltre, che molti pazienti possano aver sperimentato in modo molto concreto e reale la possibilità di essere raggiunti dal proprio terapeuta. Quanto di questi mutamenti perdurerà o diventerà ancor più profondo lo vedremo nella società e lo seguiremo soprattutto in ambito clinico attraverso il lavoro con i nostri pazienti.
Condividi
sito realizzato da